27 aprile 2021 - Perché Alitalia, anzi ITA Italia Trasporto Aereo, alla fine decollerà
1. ITA ripartirà nonostante le dimensioni tascabili: se l’anno scorso Lufthansa contava 265 velivoli in flotta, British Airways qualcuno in meno (254), cui seguiva Air France (214) ricordate quanti ne aveva Alitalia? Un centinaio, mentre ITA dovrebbe rilevarne tuttalpiù una cinquantina. Nel frattempo, le tre compagnie straniere avranno dismesso le macchine vecchie e ottenuto - a prezzi di saldo, o quasi, vista la situazione - aerei nuovi ed efficienti, che getteranno immediatamente sul mercato, quando si ricomincerà a volare sul serio (perché, ça va sans dire, che si ricominci è certo). 2. ITA ripartirà nonostante un modello di business ibrido: citiamo il prof. Mario Sebastiani, dell’Università di Roma Tor Vergata: “Per farne cosa, di 50-55 aerei? Per metterla in competizione sul mercato europeo con le compagnie low cost, senza averne i costi? O sul mercato intercontinentale con i full carrier, come sembra l’intendimento del Governo, senza disporre di una rete di alimentazione degli hub nazionali?” O di qua o di là, quindi, perché nel mezzo si sa già che finisce male. 3. ITA ripartirà nonostante la balla che una compagnia italiana sia necessaria per portare turisti in Italia: l’economista Andrea Giuricin lo ha ripetuto ad libitum, su tutti i canali possibili, che Alitalia trasporta una quota di passeggeri da e per l’Italia di poco superiore all’8%, e a fine 2020 in ulteriore discesa al 7,7%, equivalenti a meno di otto viaggiatori su 100, disposti a viaggiare AZ per andare o arrivare dall’estero. Per fortuna che qualcun altro (le low cost, per caso?) fa viaggiare il restante 92%. 4. ITA ripartirà nonostante debba rinunciare a preziosi slot: l’Antistrust UE chiede che ITA rinunci fino alla metà degli slot posseduti a Milano Linate a causa del dimezzamento della flotta, e che cessioni debbano essere fatte anche nell’hub di Roma Fiumicino. ITA ribatte che gli slot di Linate sono importanti per implementare al meglio il nuovo piano industriale, quindi non vorrebbe cederne più dell’8-10%. Qualcosina in più, magari, negli altri aeroporti nazionali. Tu dai una cosa a me, io do una cosa a te. Soldi in cambio di slot, diremmo. 5. ITA ripartirà nonostante la rinuncia al marchio e al logo: a Bruxelles non vogliono che ITA erediti la denominazione storica, né il logo, né il codice IATA (AZ), né la numerazione 055 dei biglietti, né che partecipi all’asta pubblica per l’acquisizione del logo. ITA risponde che - senza denominazione e marchio AZ - se ne andrebbero almeno 250 milioni di euro di ricavi e che non meno di 50 milioni costerebbe rifare da capo marchio/logo/livrea e imporlo sul mercato. Vedremo. Concludendo, perché ITA ripartirà nonostante TUTTO? Perché nessun Governo della Repubblica Italiana (e tantomeno questo) accetterebbe mai di essere ricordato come quello che ha affossato la storia lunga 75 anni della nostra gloriosa compagnia di bandiera. Tutto qui.
14 dicembre 2020 - Comunicare nel turismo in tempi di pandemia? Impossibile, difficile o... inutile
Ma comunicare in tempi di crisi è ancora più difficile, se non impossibile. Faccio solo qualche esempio. Le associazioni di categoria stanno coraggiosamente combattendo una battaglia impari, da dieci mesi a questa parte, ma oggi “i vari dirigenti delle associazioni sembrano ormai sfiniti: offesi, mortificati e arrabbiati” come osserva il TTG on line, che aggiunge “La bozza del Recovery Plan non lascia spazi di ottimismo al comparto turistico”. Anche Luca Patanè, presidente di Confturismo ed FTO, ci va giù duro: "Un lockdown lungo dieci mesi". Punto. Dal pessimismo cosmico all’ottimismo più sfrenato, perché chi diavolo avrebbe il coraggio di lanciare una nuova compagnia aerea, di questi tempi?! Eppure c’è, come Ego Airways dimostra, con tanto di accoppiata charter + linea. E chi diavolo avrebbe il coraggio di assumere personale, di questi tempi?! Eppure c’è pure questo, la seconda generazione del t.o. palermitano Aeroviaggi, capitanata da Marcello Mangia, che annuncia: “Abbiamo avviato un’importante campagna di recruiting del personale scommettendo sulla prossima stagione” oltre a prevedere una “stagione 2021 positiva”. A metà tra il pessimismo cosmico e l’ottimismo da Italia del boom anni ’60 (la rinascita dopo il conflitto bellico) si collocano Michele Serra e Danilo Curzi: il presidente di Quality Group parte male, ma si riprende subito: “(A primavera) metà dei tour operator potrebbero saltare, ma non pensiamoci. Il settore ha mostrato una capacità di resistenza superiore alle aspettative”. Il patron di Idee per Viaggiare, invece, dopo aver tranquillizzato il mercato (“Niente villaggi italiani nel futuro di Idee per Viaggiare, questo è certo”) conclude filosofico “Dove trovo ancora la voglia di ripartire? Non ho mai pensato di passare la mano. È la mia vita e non so fare altro”. Infine, c’è anche chi si barcamena (non a caso chi vende... barche, perché il tira e molla di MSC e Costa Crociere, “si parte, non si parte, si riparte”, è esemplare); chi si limita allo stretto indispensabile (“Soffriamo, ma teniamo duro” ad aprile, poi silenzio) e infine chi non dice una parola che sia una dal 21 febbraio scorso (paziente “zero” a Codogno). Chi ha ragione? Chi fa la cosa giusta? Semplicemente, non lo so. Ma se l’attivismo di Massimo Diana, direttore commerciale di OTA Viaggi, che "in questi mesi sta lottando come tutti" (per me un pochino più, degli altri...) produrrà un cliente in aggiunta, nei suoi villaggi estivi, allora avrà avuto ragione lui. P.S. quando tutto sarà finito, nel 2022/23, e capiterà di cercare il tour operator x o la compagnia aerea y, su Google, e i primi risultati che verranno fuori saranno "siamo offesi e arrabbiati" "siamo sotto del 90% rispetto allo scorso anno" "non sappiamo quanto di noi sopravviveranno", ecco, non sarà un bell'incentivo per chi deve prenotare un pacchetto o un volo (la memoria in rete non sparisce).
18 novembre 2020 - Quando l’informazione (corretta) e le notizie (vere) non vanno date per scontate, anche nel turismo
Per questo l’appello di Luca Caraffini, ripreso dal TTG Italia, merita un apprezzamento speciale: “Ci siamo dimenticati di mostrare la nostra vicinanza ai giornali e ai loro impiegati, ovviamente a quelli del settore turistico” posta su Facebook l’amministratore delegato di Geo. “Ci sono sempre serviti per far conoscere i nostri progetti, per informarci e per avere tutte le novità del settore”. Informazioni (corrette) e notizie (vere) hanno un valore, un grande valore. Perché formano giudizi, diffondono consapevolezza, creano conoscenza. Anche presso coloro che non lavorano nel turismo: sapete quanti finanziari, quanti revisori dei conti, quanti investitori leggono il mio blog Whatsup e solo per citare le due principali, TTG Italia e l’agenzia di viaggi? Chissà quanti business sono nati perché quella catena alberghiera ha buoni bilanci o quella nuova compagnia aerea ha alti tassi di riempimento, o quel t.o. sta crescendo a due cifre, anno su anno... In tempi nei quali le balle (che fa più figo chiamare fake-news, ma sempre balle rimangono...) hanno diffusione mondiale e cambiano il destino delle nazioni, contare su un’informazione corretta è un privilegio del quale noi “turistici” dovremmo essere più consapevoli. E grati. P.S. Se poi Ryanair si fonde veramente con Alitalia, mi rimangio tutto quello che ho scritto.
1 dicembre 2020 - Amazon, smart working e mascherine congiurano contro le agenzie di viaggi
“Nel 2019 meno del 40% degli italiani ha fatto shopping on line, rispetto al 79% della Germania e all’89% della Gran Bretagna (dati Eurostat); l’e-commerce in Italia valeva soltanto l’8% degli acquisti complessivi” recita un informato articolo del New York Times di fine ottobre 2020 “Tutto è cambiato con la pandemia. Secondo Ipsos il 75% degli italiani ha acquistato qualcosa on line, durante il primo lockdown; il Politecnico di Milano ha previsto una crescita dell’e-commerce pari al 26%, quest’anno sul precedente, e Netcomm ha stimato che due milioni di italiani (due milioni! - ndr) abbiano provato per la prima volta a comprare sul web, tra gennaio e maggio 2020”. Siamo a dicembre, questi numeri - complici secondo lockdown e Black Friday - cresceranno ancora. Secondo, lo smart working (che è sempre lavoro da casa, anche se tutti lo chiamano erroneamente così) ha rivoluzionato la vita di milioni di famiglie e - complice anche la didattica a distanza per studenti e universitari - ha fatto fare un triplo salto in avanti, a proposito di tecnologia: fibra e wi-fi, connessione e tutti i tipi di devices non sono più patrimonio dello smanettone di casa, ma abituale vocabolario di più generazioni. E anche qui non si tornerà indietro. Infine, nonostante i vaccini, pare che dovremo tenerci le mascherine per tutto il 2021. Mascherina significa distanziamento, distanziamento significa paranoia. Paranoia è quando guardi male chi sta fumando per strada con la mascherina abbassata, chi ti si avvicina troppo in fila al supermercato, chi ti starnutisce davanti, mentre sei in ascensore. Mascherina significa “stammi lontano!”, punto. Ecco perché Amazon, smart working e mascherine congiurano contro le agenzie di viaggi (e non ce n’era certo bisogno...): i primi due ci hanno abituato a una familiarità con la rete e con l’e-commerce che solo un anno fa non avevamo; le seconde faranno in modo che entrare in un'agenzia di viaggi (seppur sanificata, seppur equipaggiata con gel disinfettante e pannelli in plexiglas, seppur accolti da un agente con tutti i DPI in ordine) non sarà più naturale e scontato come prima. Peccato.
5 novembre 2020 - Chi pagherà caro il conto della crisi? Nel turismo, i più fragili: giovani e donne
Nel 2020 i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato sono stati 500mila, mentre l’anno scorso - di questi tempi - erano oltre 800.000; le stabilizzazioni 250mila, contro le 320mila del 2019; i lavoratori a termine (tristemente indicati come precari) sono scesi a 85.000 da 130.300. In un contesto di drammatica contrazione del lavoro, a saltare è il ricambio generazionale, perché ai giovani che si diplomano o si laureano adesso le aziende rispondono: “Spiacenti, il momento è quello sbagliato”. E sbagliato è pure il momento di fare gli stage, tradizionale porta d’ingresso (secondaria e malpagata, ma tant’è) del nostro settore: “Noi li stage li abbiamo semplicemente sospesi, come si può formare un concierge o un sous-chef in remoto?!” dice l’HR manager di una delle maggiori catene alberghiere del mondo. Secondo l’ISTAT, la metà di coloro che hanno perso il lavoro, nel secondo semestre del 2020, sono giovani. Ecco perché ci sono così tanti NEET (Not in Education, Employment or Training) ovvero coloro che, tra i 15 e i 29 anni, non lavorano, né cercano un’occupazione, né seguono un percorso di istruzione o di formazione. “In Italia abbiamo due milioni di giovani che non studiano né lavorano, uno spreco straordinario, un terzo sono nel Mezzogiorno” denuncia il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Chissà quante migliaia di quei due milioni fanno (“a nero”, ovviamente) i baristi, i bagnini o gli animatori in qualche villaggio turistico, d’estate. Le donne lavoratrici il conto l’han pagato anche durante il precedente confinamento, quello di marzo/aprile: perché il lavoro da remoto (altro che smart working, che è tutt’altra cosa) ha significato un impegno senza pari, per i 3 milioni di donne (il 30% delle occupate) che si sono dovute far carico di assistere i figli, blindati a casa per la DAD (quand’anche non ci fosse un genitore anziano da accudire). E siccome le donne lavorano nei servizi più degli uomini, e siccome i servizi sono impattati più dell’industria o del commercio, saranno le donne a perdere il lavoro, più degli uomini. E nel nostro settore? Va peggio, come testimonia la presidente Fiavet Ivana Jelinic: “Nell'intermediazione turistica la percentuale di lavoro femminile tocca il 72,5%, ovvero 23mila 554 donne ripartite tra 5mila 852 imprese, ma difficilmente le donne occupano posizioni di top management”. Vogliamo scommettere chi sarà lasciato a casa, l’anno prossimo, tra top manager (maschi) e quadri e impiegate (donne)? Cosa si può fare? Non molto, purtroppo, considerando pure i foschi mesi che ci aspettano. Però noi maschietti potremmo cominciare dalla testa, visto che oggi il 51% degli italiani ritiene giusta l’affermazione che “il ruolo primario della donna è occuparsi della cura della casa e dei figli”. Facciamo in modo che quel 51 diventi 50, e poi magari 49, e quindi 48... Sarebbe già qualcosa |









Premesso che la denominazione della ennesima “nuova” Alitalia è orrida (ITA Italia Trasporto Aereo?! neanche un cargo, lo meriterebbe...) e che la fola della “compagnia di bandiera” si trascina dal 2008 (ovvero dalla prima privatizzazione), diciamo subito che gli aerei tricolori (AZ o ITA, è lo stesso) alla fine decolleranno. E scommettiamo - un euro contro un milione di dollari - che avrà successo l’ennesimo “nuovo” piano di ristrutturazione


