I 5 elementi che rendono Veratour un unicum tra i t.o. italiani
1. In Veratour comandano in quattro Carlo Pompili, i figli Stefano e Daniele, il direttore commerciale Massimo Broccoli: il destino dell’impresa è nella testa e nelle mani (tutti sono fortemente operativi) di sole quattro persone, tre di famiglia e un manager arrivato dieci anni fa da Alpitour (!) e integratosi perfettamente nel meccanismo. Niente ridondanti consigli di amministrazione, niente piani strategici a 5 anni elaborati da McKinsey, niente burocrazia. Ognuno dei quattro ha un ruolo ben definito, non si pestano i piedi e soprattutto - rara avis, nelle aziende familiari - rispettano le decisioni che uno di loro prende, anche se non sono tutti d’accordo. L’imminente riassetto del vertice e l’ingresso della terza generazione sono garanzia di continuità e coerenza.
2. Mai avuto debiti con le banche in trent’anni È un virgolettato di Stefano Pompili, ma tutti gli addetti ai lavori sanno che Veratour non ha mai (!) chiuso un bilancio in perdita, in oltre trent’anni di attività, dal 1990 a oggi. Il merito va al fondatore Carlo e al mantra “Mai fare il passo più lungo della gamba”, rispettato al punto che (nonostante le immaginabili plusvalenze registrate in decenni di bilanci in nero) il primo villaggio Veraclub sia stato acquistato nel 2002, il secondo nel 2012 e il terzo (il Veraclub Amasea di San Teodoro) quest’anno. Insolita saggezza e lungimiranza, ripensando a quanti tour operator italiani, oggi spariti, di passi più lunghi della gamba ne abbiano fatti a iosa.
3. Neos unica compagnia charter di riferimento “Ho conosciuto Carlo Stradiotti e Aldo Sarnataro una dozzina di anni fa” racconta Stefano Pompili “Neos mi ha convinto, allora come oggi, per tre motivi: innovazione, management e investimenti”. Parentesi personale: quando - nel 2019 alla convention VeraStore al Kelibia - Neos venne presentata con squilli di trombe e rulli di tamburi, rimasi abbastanza interdetto: “Ma come” pensai “Neos è proprietà Alpitour, questo è un abbraccio mortale, le destinazioni di Veratour verranno decise a Torino!”. Mi sbagliavo. Oggi, con sole tre compagnie aeree reduci dall’ecatombe della charteristica italiana, la scelta è risultata strategica. E fortunata.
4. Calma e sangue freddo Certo, con una catena di comando cortissima, niente debiti con le banche e partner affidabili, è facile mantenere calma e sangue freddo anche nei momenti difficili. Non è scontato, però, dopo due anni di pandemia e in piena guerra in Ucraina. “Finite le prime due settimane di guerra, le vendite sono riprese come nel medesimo periodo del 2019” precisa Massimo Broccoli. Perché Veratour, dal 2019 a oggi, non solo ha mantenuto il focus sui villaggi Veraclub (e non si è imbarcato alla ricerca di improbabili “nuovi prodotti”, come alcuni competitor, montagna Italia compresa) ma ha investito un sacco di soldi (oltre 20 milioni di euro, tra acquisto e ristrutturazione dell’Amasea) nel “proprio” prodotto. Calma e sangue freddo. E cassa.
5. Vendiamo anche in diretta, e allora?! “Oggi le agenzie VeraStore sono 900 e da esse proviene il 70% del fatturato Veratour. Entro il 2025 cresceranno di numero, ma soprattutto genereranno tra il 90 e il 100% del fatturato del canale tradizionale” è la professione d’intenti di Massimo Broccoli. Tre riflessioni: Veratour non ha un network di proprietà (come altri competitor, i nomi li sapete), ma le agenzie VeraStore fanno quel mestiere lì. La concentrazione del mercato agenziale in due network soltanto (Welcome e Gattinoni, dixit Broccoli) rende le agenzie ancor più dipendenti da chi ha prodotto di proprietà. Infine, due anni di confinamento e boom dell’eCommerce fanno sì che una quota parte di clienti Veraclub il prodotto se lo vada a cercare on line e non più in agenzia, quindi Veratour ha appena aperto il canale diretto, con la garanzia di proteggere i clienti delle sole agenzie VeraStore. Non delle altre (6000, più o meno?), casomai non fosse chiaro il concetto. Chi non l’ha capita, vada a leggersi l’ultimo fax e a mandare un telex.
Twitter, Netflix e Amazon: dalle tech-companies tre lezioni per il turismo
1. Elon Musk si compra Twitter per 44 miliardi di dollari “Voglio rendere Twitter migliore che mai, migliorando il prodotto con nuove funzionalità (si riferisce al delicato tasto ‘edit tweet’ - ndr), rendendo gli algoritmi open source per aumentare la fiducia, sconfiggendo gli spam bot e autenticando tutti gli esseri umani” scrive Elon Musk nell’ultimo comunicato stampa che ha preceduto l’accettazione, da parte del board di Twitter Inc., dell’offerta di acquisto da 44 miliardi di dollari del fondatore di Tesla e Space X. Cosa Musk voglia fare del servizio di microblogging più diffuso al mondo lo scopriremo solo vivendo, ma l’intento di “authenticating all humans” insospettisce (“Ehi, Mr Tesla, siamo 8 miliardi su questa Terra, Twitter conta ‘more than 330 million monthly active users’, ce n’è di lavoro da fare”).
1a lezione: quando le cose si mettono male, non è detto che poi non possano aggiustarsi Il percorso di Twitter, dalla fondazione nel 2006, è stato molto accidentato, citiamo solo alcuni passaggi: Twitter Inc. ha chiuso bilanci in perdita per anni (a centinaia di milioni, dal 2013 al 2017), ha dovuto più volte inventarsi qualcosa per agganciare nuovi utenti (l’estensione a 280 caratteri, dagli originali 140, risale al 2017) e il fondatore Jack Dorsey è entrato e uscito dal board più volte, dicendone di tutti i colori (twittando, ovviamente). Ma l’idea di fondo è talmente buona e il potenziale tuttora inesplorato (dixit Musk) che Twitter ha fatto bene a resistere. Anche Expedia (fondata da Bill Gates e poi venduta) all’inizio puntava a numeri che avrebbe raggiunto solo molti anni (e molti bilanci in perdita) dopo.
2. Netflix chiude il primo trimestre in negativo, dopo 10 anni di crescita esplosiva Netflix ha appena dichiarato di aver perso 200.000 abbonati nel primo trimestre 2022 e che stima di perderne 2 milioni (compresi i 700.000 russi “bannati” a seguito del conflitto in Ucraina) nel corso dell’anno. Sono tanti o sono pochi? Tanti, se consideriamo che nel primo trimestre 2012 i “first users” della piattaforma streaming erano 24 milioni. Pochi, pochissimi se consideriamo gli abbonati a oggi, 221 milioni in tutto il mondo. Una crescita di poco meno del 1000% in un decennio, numeri da Google o Facebook. Tre i motivi che determinano queste fosche (si fa per dire) previsioni: a) la password di accesso al sistema è condivisa da molti (casa, ufficio, casa al mare, parenti, amici) e Netflix stima che se l’uso della piattaforma fosse limitato al titolare dell’abbonamento, ci sarebbero 100 milioni di potenziali nuovi clienti (che oggi “scroccano” il servizio); b) la concorrenza, che prima non c’era e oggi si chiama Disney Plus, Apple TV, Amazon Prime, da noi pure TIM Vision e Sky; c) gli investimenti per la produzione di serie (“Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare, da noi) o di film candidati all’Oscar (l’americano “Don’t look up” del 2021, per dire).
2a lezione: crescere tanto non vuol dire crescere per sempre Se Netflix (come minaccia da qualche tempo) limitasse gli accessi e solo un 20% degli “scrocconi” si iscrivesse al servizio, sarebbero 20 milioni di nuovi utenti in un batter d’occhio. Le prospettive di crescita di Netflix sono quindi molto ampie. Lo sono anche quelle di Expedia e Booking.com, che a tutti gli effetti sono “i Netflix del digitale”? Pare proprio di sì, perché anche loro hanno problemi di concorrenza e di costi (Google, in primis) ma la platea alla quale si rivolgono è sconfinata.
3. Amazon Kindle non ha sfondato, e non sfonderà La quota di mercato che gli e-book detengono oggi è pari al 15%, quindi i cari vecchi libri cartacei dominano ancora con l’85% dei libri venduti nel mondo. Amazon Kindle, il più diffuso lettore di libri elettronici, prodotto e commercializzato da Amazon nel 2009, è arrivato all’undicesima generazione, il Paperwhite 5 Signature Edition offre un’esperienza di lettura molto simile a un libro di carta e un Kindle si trova ormai a 100 dollari o poco più: ma certo non è il prodotto di punta di Amazon. Chi preconizzava la fine dei libri tradizionali ha clamorosamente sbagliato: anche negli USA, dove si colloca la maggior parte dei lettori di e-book (il 20% dei lettori totali), mentre i tedeschi - i più grandi lettori di libri al mondo - sono fortemente legati a brossure e rilegature. Perché gli e-book non hanno sfondato? Semplicemente, perché l’esperienza di lettura con l’e-reader non è paragonabile - e non lo sarà mai, almeno nei prossimi anni - a quella di un libro di carta.
3a lezione: accettare che un modello di business funzioni meno bene del previsto, e accontentarsi Scommetto che Amazon (che - ricordo, tanti lo dimenticano - nacque nel 1994 come libreria on line) aveva scommesso che l’Amazon Kindle avrebbe fatto ai libri quello che iPod e iTunes hanno fatto alla musica. Invece no, perché certe idee possono funzionare alla grande e altre - molto simili - al contrario. Expedia, Booking e le OLTA hanno fatto sfracelli negli alberghi e nei voli (più nei primi che nei secondi), ma non riescono a vendere pacchetti turistici, ovvero quelli che combinano appunto pernottamenti e trasporti, e molte altre cose. Oggi MSC e Veratour, Costa e Alpitour continuano a vendere sui canali tradizionali, ma dispongono tutte di un canale on line: non è da lì che pensano di fare numeri spropositati, negli anni a venire. E neanche le OLTA investono più di tanto, nella vendita dei cari vecchi IT.
2 novembre 2021 - Cerchi lavoro e sei arrivato al colloquio? Ecco 5 modi che hai per farlo fallire
Quelli che arrivano in ritardo, oppure in anticipo - Pessimo inizio per tutti e due: quelli in ritardo, perché la scusa del traffico è insulsa. Ma anche quelli in anticipo, peggio se di 15 o 20 minuti, perché magari sto incontrando il candidato precedente, o ne sto redigendo il giudizio, oppure mi sto semplicemente bevendo un caffè, dopo ore di colloqui. Arrivi tu, fai capolino come per dire “Voilà, sono già qui, è contento?” tutto sorridente; mi distrai e mi tocca dirti: “Si metta lì, La chiamo io”. Ai colloqui si arriva puntuali, non un minuto prima e non un minuto dopo: fa fede l’ora sullo smartphone, ormai nessuno usa più l’orologio. Quelli che si vestono come capita, perché così si capisce la personalità - Se io vesto formale, è bene che il candidato (uso il maschile, ma vale per entrambi i sessi) vesta formale. Se io vesto formale, è perché l’azienda per la quale cerco un manager è formale, quindi se anche il candidato veste formale significa che ha capito (almeno) due cose: che l’azienda è seria e pure la selezione lo è. Ovvio che se cercassi una trapezista per il Cirque du Soleil e la candidata si presentasse in tubino nero, ci sarebbe qualcosa di sbagliato. Ma per posizioni di quadri e dirigenti, tailleur scuro e tacco 8 per le ragazze e giacca blu, camicia bianca e cravatta slim per i ragazzi, vanno sempre bene. Sarò âgée, ma non apprezzo la giacca con camicia senza cravatta, che pure ora va tanto. Meglio, comunque, di quel candidato che si è presentato in maglioncino blu: “Sa, io vesto casual, spero apprezzi la mia spontaneità”. La apprezzo al punto che, la prossima volta, il colloquio lo facciamo in un lounge bar, all’ora dell’aperitivo, così siamo in linea. Quelli che provano a raccontare balle, e io li sgamo - Raccontare balle (o anche solo spararle troppo grosse) sul CV, è facile. Tenere il punto, quando davanti hai qualcuno che di colloqui ne ha fatti qualche centinaio più di qualsiasi candidato, è difficile. In colloquio si dice la verità tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità, per due motivi: primo, perché se non è proprio inventata bene, qualsiasi selezionatore di esperienza se ne accorge; basta un’esitazione, uno sguardo sfuggente, una pausa... Durante il colloquio, io ho in mano CV e cover letter (con tutti i miei begli appunti ed evidenziazioni), il candidato no, e sapere a memoria un CV di tre o quattro pagine - verità e non-verità incluse - è difficile. Secondo, se l’hai fatta franca al colloquio, è probabile che ti becchi quando sto ricontrollando tutto per inserirti in short-list: basta una data sospetta e un controllo incrociato con LinkedIn, con FB o anche con Google News. Infine, chi racconta balle al sottoscritto rischia di brutto, perché - occupandomi solo di turismo - conosco praticamente tutti: se mi hai detto che con l’azienda xy ti sei lasciato bene, io chiamo il titolare di quell’azienda lì e scopro che hai scatenato l’inferno e messo in mezzo gli avvocati. Fine. Quelli che non hanno studiato, e si capisce subito - Arrivare a un colloquio senza aver letto vita, morte e miracoli dell’azienda per la quale ci si candida è un errore grave. Molto grave. Perché induci chi ti esamina a trarre una conclusione definitiva: “Ah sì?! Questo lavoro t’interessa talmente tanto che non ti sei preso mezz’ora - sottratta alla Playstation o a scrollare Instagram - per sapere se l’azienda è stata fondata nel 2010 o nel 1990, e neanche se la proprietà è italiana o americana? Peggio per te”. I candidati che mi piacciono non solo si sono letti tutto, ma hanno anche approfondito: “Ho trovato una recensione negativa sul vostro luxury hotel di Parigi, quello aperto nel 2018: il GM però ha risposto alla grande, si capisce che la recensione era un fake”. Ecco, se c’è un modo per impressionare il reclutatore è stupirlo, dirgli qualcosa che non sa. Altro che arrampicarsi sugli specchi: “Avete anche una filiale in Libia, ho letto...”. Certo, ai tempi di Gheddafi. Quelli che non hanno fatto il compito a casa - Quando seleziono la short-list da presentare al committente (solo tre o quattro candidati, tra i quali verrà scelto quello giusto; lista frutto di una decina di colloqui in presenza, di qualche decina di candidature ricevute e di molte giornate di lavoro) sto molto attento ad allegare CV corretto - da me - e cover letter esplicativa (appunto li voglio in formato .doc, come scrivevo. Ma da qualche tempo - quando il ruolo lo permette - aggiungo un “compito a casa”, ovvero un tema che assegno ai candidati migliori e che aggiunge elementi di valutazione per l’azienda. Per esempio, se cerco il General Manager di una catena alberghiera, gli chiedo: “Esponga il candidato le prime tre azioni (solo tre) che metterebbe in atto, una volta insediatosi come GM, per migliorare le performance degli hotel in termini di soddisfazione degli ospiti, riempimento delle camere e degli spazi eventi, ottimizzazione dell’attività dei resident manager e miglioramento delle relazioni con la proprietà”. Chiaramente dò un limite (una cartella, massimo 2500 battute) e aspetto. Due volte su tre, il candidato che ha fatto il miglior “compito a casa” è quello che vince la selezione, anche non avendo il Cv migliore. Chi il compito a casa non lo fa, a casa ci torna. E se non ha studiato, ha messo il maglioncino, ha contato balle ed è pure arrivato in ritardo, a casa ci torna di corsa.
15 novembre 2021 - Cerchi lavoro e hai un profilo personale su LinkedIn? Ecco cosa NON fare!
Quelli che su LinkedIn mi han detto di esserci, poi boh?! - Premesso che su LinkedIn devi esserci solo se hai un lavoro e/o se cerchi un lavoro (per i selfie e le foto dei gattini si usano altri social), c’è gente che il profilo l’ha aperto solo perché glielo ha detto il cugino smanettone e poi se ne sono dimenticati. Come quando si apriva l’account su MySpace o Flickr, anni fa, che usavi un paio di mesi e poi abbandonavi per sempre. Foto sgranate fatte con la macchinetta, ultima posizione lavorativa nel 2018, poche righe di descrizione, nessun post, niente. Meglio non esserci proprio, su LinkedIn, allora. Vuol dire che il lavoro ce l’hai (forse) e che comunque non t’importa nulla di trovarlo o cambiarlo. Quelli che hanno confuso LinkedIn con Facebook o Instagram - LinkedIn è il social delle relazioni professionali, quindi dev’essere vissuto come fossi sul posto di lavoro: serio, ordinato, chiaro. Eppure c’è chi mette un selfie come Foto profilo, una festa di compleanno come Foto di sfondo, la cena coi colleghi come Attività e l’esperienza come dog-sitter come Formazione. Che sia chiaro: LinkedIn è la versione digitale e multimediale del tuo CV, quindi se ti candidi come responsabile amministrazione e controllo di un tour operator, non voglio vedere la foto della tua fidanzata né come passi le vacanze. Ergo, quello che NON è professionale va su Facebook, Instagram, Twitch e magari pure su Tinder (la carne è debole), ma non su LinkedIn. Quelli che non sanno come si fa un profilo su LinkedIn - È pieno di tutorial che spiegano come creare un profilo, quindi mi limiterò a segnalare gli errori da matita blu. “Foto profilo” e “Foto di sfondo” sono fondamentali: per la prima va bene il classico primo piano da CV (un bel sorriso, sguardo in macchina, niente occhiali da sole e niente abbronzatura da vacanza); per la seconda va scelta un’immagine coerente col tuo lavoro: se ti occupi di una destinazione, va bene un landmark (a sviluppo orizzontale, mi raccomando); se hai un’agenzia di viaggi, la foto di clienti contenti; se lavori per una compagnia aerea, un Boeing 737 in decollo... Sotto il tuo nome devi scrivere il tuo job title attuale (uno, massimo due, basta), dove lavori (Treviso, Veneto, Italia oppure Strangolagalli, Lazio, Italia) e in “Informazioni” devi scrivere il tuo abstract, ovvero chi sei, che lavoro fai e cosa vuoi dalla vita (lavorativa, non affettiva...) in 5 o 6 righe e massimo 5/600 battute. È la tua USP, ovvero il motivo per il quale mi incuriosisci e mi convinci a leggere quello che viene dopo. “In primo piano” e “Attività” sono i due box peggio gestiti di tutti, infatti sono spesso lasciati desolatamente vuoti. In “In primo piano” devi inserire una notizia, un commento, un articolo che hai pubblicato (on line, ovviamente) e che - come “Informazioni” nel box sopra - deve arricchire il tuo profilo di contenuti e dettagli. Sei product-manager in un t.o.? Mettici l’ultimo programma di viaggio che hai progettato. Ti occupi di eventi? Inserisci il link a un time-lapse dell’ultima convention che hai organizzato. In “Attività” ci va di tutto, compreso il commento al post su LinkedIn di un tuo collega o una notizia che hai condiviso con i tuoi collegamenti. Basta che l’ultima Attività sia recente, purchessia, e non del 2018. Vietato, ripeto, vietato mettere il proprio CV, in formato .pdf, nel box “In primo piano”. Su “Esperienza” e “Formazione” (visto che sono copia & incolla dal CV) mi limito a sottolineare che di ogni esperienza professionale vanno indicati: azienda, durata, job-title, luogo di lavoro e (molto importante) la descrizione dell’attività svolta, possibilmente con qualche numero (sei un sales? quanto hai venduto nel 2019 più del 2018?) e qualche dato (se sei il più giovane Quadro in azienda, oppure sei a capo di un team di 6 persone? scrivilo). Se hai più di quarant’anni, io guardo solo le attività che hai svolto negli ultimi 10 anni, quindi non mi far perdere tempo a leggere cosa combinavi nel 2002, tanto è preistoria. In “Formazione” scrivimi il voto del diploma in ragioneria (preso nel 1989) e il nome del professore col quale hai redatto la tesi (in biologia, e da vent’anni fai il sales) e giuro che non mi disponi bene nei tuoi confronti. Tutto il resto (“Esperienze di volontariato”, “Competenze e conferme”, “Referenze”, “Traguardi raggiunti” e “Interessi”) io non li guardo neanche: sbaglierò, ma dopo aver letto migliaia di profili su LinkedIn la penso così. Soprattutto Conferme e Referenze (ovvero quello che gli altri scrivono di te) mi sa talmente di falso e taroccato che - se trovo i box vuoti - significa che almeno su questo non mi racconti balle, grazie ad amici e colleghi consenzienti. Per gli “Interessi” sai quanto conta che tu faccia paracadutismo e/o danza moderna?! Quelli che se mettono queste cose mi incavolo e cestino CV e profilo su LinkedIn - Ho tre categorie che mi danno letteralmente sui nervi: 1) gli #Opentowork (ovvero quelli che hanno messo il cerchietto verde nella foto, a segnalare la disponibilità a un nuovo lavoro) e poi non rispondono quando gli scrivi 2) quelli ai quali fai una proposta di lavoro e ti rispondono - se ti rispondono - dopo una settimana (però su Facebook hanno postato il Moscow Mule sbevazzato in compagnia, due notti fa) 3) quelli che mi chiedono il collegamento senza aggiungere una nota. Questa è veramente una pessima e diffusissima abitudine: sebbene Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn, invitasse ad accettare solo i collegamenti di persone per le quali sei in grado di fare una segnalazione (e che quindi conosci personalmente) LinkedIn strabocca di persone che hanno centinaia di collegamenti (quindi, sconosciuti) e accettano tutti (tutti) quelli che glielo chiedono. Io ho una regola, ferrea: accetto solo chi conosco di persona e rigetto sistematicamente tutti quelli che non conosco e che chiedono il collegamento senza aggiungere uno straccio di motivazione (è facile, esce pure la finestrina ad hoc: “Vuoi aggiungere una nota per personalizzare il tuo invito a yx?”).
Conclusione: oggi il profilo su LinkedIn vale quanto e più di un buon CV. Régolati, se vuoi cambiare lavoro.
25 ottobre 2021 - Cerchi lavoro e sei un dirigente? CV e cover letter devi compilarli lo stesso
Quelli che mandano il primo CV che hanno a disposizione - Perdo un sacco di tempo a redigere la job description, due pagine che dicono tutto o quasi (retribuzione esclusa, in Italia non si usa): contesto aziendale, mansioni, KPI Key Performance Indicators, conoscenze e competenze professionali richieste, termini contrattuali. Allora perché devo ricevere un CV dal telefonino? Soprattutto se chi me lo manda si è dimenticato, sotto la firma, l’annotazione “Inviato da iPhone”. Ti candidi per un ruolo di rilievo, del tuo CV leggerò ogni singola riga e peserò ogni minimo dettaglio, e tu non hai tempo/voglia di andare al PC e mandarmi un’email scritta bene? Mi vien da pensare che questo posto di lavoro ti interessi quanto un like su Facebook, ma magari mi sbaglio. Quelli che il CV non è aggiornato e/o personalizzato - Se c’è un documento soggetto a continui aggiornamenti, questo è il CV: se occupi posizioni manageriali e hai più di 35 anni, avrai cambiato più aziende e io devo trovarne traccia dettagliata. Perché allora non so cosa hai fatto negli ultimi dodici mesi? Sul CV leggo che hai lavorato da XY fino a ottobre 2020, e poi? Vacanza, periodo sabbatico, cambio di settore? Inoltre, se i lavori sono diversi, anche il CV dev’essere diverso, quindi personalizzato. Se ti candidi per una posizione sales, voglio leggere in grassetto e corpo 14 tutte le esperienze commerciali, meglio se con qualche numero. Se ti candidi come GM, voglio leggere in grassetto e corpo 14 dove hai lavorato come GM, con quali responsabilità e con quali risultati. Meglio se con qualche numero. I numeri piacciono a tutti, head-hunter e clienti. Quelli che il CV dice una cosa e il profilo su LinkedIn un’altra - L’unico social utile, per chi fa il mio mestiere, è LinkedIn: punto. Il profilo su LinkedIn dev’essere lo specchio digitale del CV: ovvero, deve contenere tutto il percorso professionale, ma arricchito della parte multimediale. Allora perché ricevo CV di 4 pagine e il profilo su LinkedIn è di poche righe striminzite? Perché spesso non ci trovo neanche una foto? Perché non c’è un articolo, una presentazione in Power Point, un’intervista che hai fatto a una radio, il video di una presentazione aziendale? Tutte cose che fai con un telefonino, ma che non hai tempo/voglia di mettere su LinkedIn. Quelli che sul CV non scrivono né la data di nascita né dove risiedono - Questa è una novità: quando mi occupavo di selezionare il personale (in Alpitour e in Viaggi del Ventaglio, tanti anni fa) tutti i candidati scrivevano quanti anni avevano e dove abitavano (anche per far sapere se spedirli ai Caraibi da Catania o da Verona...). Adesso no, ricevo CV impestati di informazioni inutili (il liceo dove hai conseguito il diploma, la patente C presa al servizio militare, i tuoi hobby - calcio, pesca e collezionismo vintage) ma non luogo e data di nascita. E neanche dove abiti. Lo so io perché. Perché succede che i profili ricercati abbiano un limite di età (le aziende turistiche assumono malvolentieri gli over 50, se non sono dei geni) e preferiscano prendere qualcuno che non abita troppo lontano (se l’impresa è di Roma, difficile assuma uno di Trento). Chi non scrive età o residenza, nel 90% dei casi, spera di sfangarla: “Intanto mando il CV, poi magari se mi prendono glielo dico...”. E io lo sgamo (si può dire sgamo?) in un attimo, perché faccio i conti con l’anno nel quale ti sei diplomato (e se non me lo scrivi sul CV, lo trovo su LinkedIn) e poi vado su Facebook e mi faccio un giro nella tua collezione di foto: scommetti che ci prendo? Quelli che mandano il CV in inglese e in .pdf, quando io lo voglio in italiano e in formato .doc editabile - Perché il CV lo voglio in italiano? Perché il lavoro è in Italia, per un’azienda italiana e perché il 90% del tuo tempo lo passerai parlando e scrivendo in italiano. Perché mi mandi il CV in inglese? Per dimostrare che sai la lingua? No, perché quello ce l’hai bello pronto (se lavori in un’azienda straniera, è d’obbligo) e ti fa fatica tradurlo, anzi, riscriverlo, in italiano. Secondo, perché lo voglio in formato .doc editabile e non .pdf? Perché ci devo lavorare sopra e migliorarlo. Perché magari hai usato una foto vecchia di anni, perché prima mi hai scritto i tuoi studi e poi il percorso professionale, perché non hai usato l’ordine cronologico inverso (errore gravissimo, ho bocciato candidati solo per questo!). Il tuo CV - dopo il mio trattamento - migliora, quindi fidati. Quelli che non mi mandano la lettera motivazionale o “cover letter” - Una buona candidatura, per ruoli da quadro in su, è composta da due elementi: il CV e una lettera di accompagnamento; questa è fondamentale, perché se il CV illustra chi sei, la lettera spiega perché ti ritieni adatto alla posizione per la quale ti candidi. Devi leggere bene l’annuncio, ancor meglio la job description e quindi scrivere: “Io so fare questo e so fare quest’altro, se mi assumeste potrei aiutarvi a fare questo e pure quest’altro”. Ho fatto assumere dirigenti sulla base della cover letter, e non del CV. E c’è ancora chi mi scrive “In riferimento alla Vs ricerca, invio in allegato il mio CV” e basta. Cercassi un maître - con tutto rispetto per i maître - magari mi accontenterei pure. Ma un manager o un dirigente, no. Una buona lettera d’accompagnamento è come la sinossi di un bel film: la leggi con piacere e ti fa venir voglia di vederlo. Quelli che al colloquio di selezione non vengono perché il treno costa troppo - 150 euro, da Roma a Milano e ritorno, su Italo o Frecciarossa. “Non me lo posso permettere, ho troppe spese, non è che il colloquio può farmelo su Zoom?” Incredibile, vero? Eppure mi è appena successo. A parte che io non sono una start-up lituana e i colloqui - viste le posizioni che cerco - li faccio solo in presenza; a parte il fatto che Zoom e tutte le piattaforme - dopo l’indigestione pandemica - mi fanno schifo. A parte questo, dicevo, forse avrei dovuto indicare al candidato risparmioso che - se alla fine fosse stato assunto - 150 euro li avrebbe guadagnati in due ore di lavoro? Vabbè, me ne sono dimenticato. Mi fermo qui, la prossima puntata è dedicata ai colloqui di selezione.
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Come head-hunter, sono un lettore seriale di CV e un cultore dei colloqui di selezione.
Chi cerca lavoro, nel turismo e non solo, ha tre “momenti della verità” da gestire. Quello più sottovalutato è il profilo su LinkedIn, ovvero il social per eccellenza dei professionisti (fondato a Mountain View nel 2003, acquisito da Microsoft nel 2016, oggi quasi 800 milioni di iscritti in duecento Paesi, 16 milioni in Italia). “Sottovalutato” perché
Faccio (anche) l’head-hunter, quindi mi occupo di selezionare manager e dirigenti per conto di medio-grandi imprese turistiche. Solo nel turismo, e per fortuna che da qualche tempo