CHI E' ROBERTO GENTILE

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L'EDITORIALE DI ROBERTO GENTILE

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T.O. DEL MESE

BOTTA & RISPOSTA

IPSE DIXIT

whatsup 302 qDue presupposti essenziali, verificati nei corridoi del recente TTG 2020 di Rimini: salvo poche eccezioni (gite fuori porta, anche se ora si chiamano “turismo di prossimità”) fino alla prossima primavera il turismo organizzato non batterà chiodo. E se c’è un prodotto che si venderà, nell’estate 2021, questo è il Mare Italia: che peraltro ha salvato la stagione 2020 di albergatori, agenzie di viaggi e tour operator, soprattutto villaggisti. Vediamo perché, in cinque punti:

1. l’Italia è un prodotto interno dedicato al cliente interno: ovvero noi italiani, per fortuna, abbiamo un prodotto “mare domestico” con cui soddisfiamo il bisogno di vacanza; non dobbiamo fare centinaia di chilometri in auto (tedeschi, austriaci, svizzeri) né prendere l’aereo (inglesi, scandinavi) per andarci; la Sicilia è piena di francesi, in Sardegna arrivano turisti da tutto il mondo: ne consegue che - se l’estate prossima andrà come la scorsa - alla mancanza di stranieri si sopperirà con la presenza di italiani;

2. gli italiani non spendono come gli stranieri: al di là degli aneddoti sui russi che, a Forte dei Marmi, spendono 30.000 euro in vini, per una serata al ristorante, sappiamo tutti che un italiano (medio) non spende quanto un americano o un orientale; quindi i conti in villaggio non vanno fatti sugli extra (ristorante, escursioni, servizio in camera) ma sul RevPAR, cioè sul fatturato che ogni camera deve generare per far stare in piedi l’albergo; certo, non bastano i picchi delle due settimane centrali di agosto e non dimentichiamo che, in certi periodi, un italiano paga più di uno straniero (quindi gli rimane meno da spendere);

3. la stagione va da maggio a ottobre, non solo luglio/agosto: la tentazione di alcuni albergatori (in Sardegna, per dire) è di puntare tutto su due mesi, comprimendo i costi e spingendo i ricavi, e lasciare agli “altri” i periodi di spalla; non funziona così, perché non puoi assumere personale per 10 settimane; perché l’hotel è una macchina e ha bisogno di rodaggio, per partire; perché la bassa stagione serve per i giovani, per i gruppi e - quando torneranno - per gli stranieri, che in Puglia ci vanno più volentieri a settembre, e magari ci stanno qualche giorno in più;

4. usare il prezzo come arma è pericoloso: luglio e agosto 2020, alla fine, sono andati meglio di quanto previsto, per le tasche di molti albergatori del Mare Italia; non a caso Giuseppe Pagliara, direttore generale di Valtur Nicolaus, sottolinea di aver notato “una certa euforia”, nel comparto; quando un albergatore è “euforico”, la prima cosa che fa è alzare il listino della stagione successiva, il che significa che quello che veniva comprato a 10 e venduto a 15, verrà proposto a 15 per essere venduto a 20; da cui consegue che gli operatori che vorranno garantirsi un posto al sole, nell’estate 2021, spenderanno più soldi di quelli che i loro colleghi hanno speso nel 2020, e questa non è una buona notizia;

5. di prodotto ce n’è a non finire, ma è la qualità che conta: 33.000 alberghi (veri, non appartamenti, case vacanza e Airbnb), in buona parte distribuiti tra i 7.782 chilometri di coste italiane, rappresentano un bacino di prodotto praticamente inesauribile. Certo, ci sono strutture iconiche come il Forte Village in Sardegna o il Danieli a Venezia, ma gli hotel che possono accogliere un club vacanze per famiglie, a 3 o 4 stelle, sono centinaia: sta poi alla capacità del tour operator o del gestore renderlo attrattivo e redditizio. Il rapporto qualità/prezzo è vincente, come testimoniato dal “test Tripadvisor” che abbiamo effettuato ad agosto. Per il 2021, io punterei prima di tutto sulla qualità. E che Dio ce la mandi buona.

whatsup 300 16sep q1La mia tesi è molto semplice: i tour operator italiani non applicheranno lo smart working e chi ci proverà ne pagherà le conseguenze. Perché il (falso) smart-working è quello che pensava Fantozzi della corrazzata Potëmkin.

Due premesse, una temporale e una terminologica. Quello che abbiamo visto finora è nulla, perché quando terminerà l'ombrello protettivo del divieto di licenziamento e della cassa integrazione in deroga Covid-19, sul mercato del lavoro si scaricheranno tutti gli esuberi che le aziende hanno già messo in conto e solo allora, a 2021 avviato, si potrà fare un conteggio più preciso di quanto sarà costata, sul piano sociale, la pandemia. Quindi la botta non arriva quest’anno, ma il prossimo.

Secondo, si fa ancora (molta) confusione tra lavoro da casa (telelavoro o lavoro da remoto) e smart working. Il primo implica semplicemente il mancato spostamento dalla propria abitazione al posto di lavoro: di fatto, si gestiscono le attività dal proprio studio tra le mura domestiche; si rispettano i ritmi e gli orari delle giornate in ufficio e si rispondono alle medesime gerarchie e agli stessi compiti “di prima”. Lo smart working invece è diverso, implica una certa elasticità e un drastico cambiamento della filosofia stessa del lavoro: le giornate non sono più scandite dagli orari, ma dagli obiettivi. Come per i liberi professionisti, si richiede  flessibilità, autonomia e responsabilità, ognuno gestisce il proprio tempo in autonomia e ha come unico vincolo il rispetto delle scadenze e delle consegne. In estrema sintesi, chi lavora da casa ha come parametro il tempo dedicato al lavoro; chi opera in smart working lavora per obiettivi: se fatica di notte o di giorno, dalla cucina o dallo chalet in montagna, non importa a nessuno. Cosa ha fatto la maggior parte dei lavoratori italiani (soprattutto della Pubblica Amministrazione) nel 2020? Semplice, lavoro da casa.

Ciò premesso, ecco 4 motivi per i quali lo smart working non può funzionare, nei tour operator italiani:

1) la struttura organizzativa dei t.o. non è adeguata: Alpitour a parte, tutti (tutti) gli altri tour operator italiani sono imprese a gestione prevalentemente artigianal-familiare, con l’imprenditore/fondatore spesso ancora al posto di comando, come scrivo da sempre. Il modello organizzativo è simile alla bottega artigianale della Firenze dei Medici: serve un Cimabue per generare un Giotto, come serve un Michele Serra per generare una Mistral o un Danilo Curzi per alimentare una Idee per Viaggiare. Lo scambio, il confronto, lo scontro, quotidiano e “in presenza” (orrido neologismo, ma ormai si usa), non sono un’opzione, ma una ragion d’essere: un nuovo villaggio, una nuova catena charter, una nuova destinazione non nascono per telefono;

2) i contratti di categoria vanno rifatti da capo: quando, il 31 gennaio 2021, con la fine dello stato di emergenza, terminerà la procedura semplificata che ha permesso alle aziende di decidere unilateralmente sul lavoro da remoto (e quindi applicare il “tutti a casa”) verrà ripristinata la legge n.81 del 2017, che prevede l’accordo individuale con il singolo lavoratore, come condizione per ricorrere al telelavoro, sempre che il Ministro del Lavoro e le parti sociali (sindacati e associazioni datoriali) non si mettano d’accordo e promulghino una nuova legge sul lavoro. E secondo voi dipendenti e sindacati rinunceranno alla retribuzione basata sul tempo (le canoniche 8 ore lavorative quotidiane) per accettare di essere pagati per obiettivi? Quali? E chi li stabilisce? E chi li misura? E che fine faranno i permessi, la malattia, i ticket restaurant? E mi fermo qui;

3) Zoom e Teams non sostituiscono sala riunioni e trasferte in loco: pare che ai tempi del primo lockdown (9 marzo / 3 maggio 2020) fossero 8 i milioni di italiani che lavoravano da casa, e tutti ricordiamo - non necessariamente con nostalgia - la valanga di webinar, dirette streaming e conference call in video alle quali abbiamo partecipato (sul tema ci ho scritto pure un vademecum. Ora basta. Viaggiare è un’esperienza, la vacanza è un prodotto che si consuma in loco, quindi i presupposti sui quali si fondano sono concreti e analogici. Cioè di persona. Chissà cosa avrebbe fatto Bruno Colombo (fondatore de I Viaggi del Ventaglio) se la spiaggia del Dominicus, nel 1985, l’avesse vista solo su Skype.

4) i giovani non si formano on line: “Noi abbiamo semplicemente sospeso gli stage, quindi il programma di inserimento per i nuovi assunti: come si può formare un concierge o un sous-chef in remoto?!” rivela l’HR director di una delle maggiori catene alberghiere del mondo. Come si può formare un PM junior senza un’area manager che gli spieghi la differenza tra Canarie e Baleari, e tra Ibiza e Formentera? E un commerciale che deve saper vendere individuali, e pure corporate, alle agenzie? In diretta Facebook?! Se i tour operator sono una bottega artigianale, i giovani in quella bottega ci devono andare. Visto che chi ha perso il lavoro, per la pandemia, è spesso giovane e più spesso donna, basterebbe questo per bocciare lo smart working (o il telelavoro, tanto si continuerà a fare confusione...).

 

1917 2020qCinque mesi dall’avvio del confinamento e due mesi da quando abbiamo capito che la crisi del turismo è epocale. Visto che quella del 2022 sarà una bellissima estate, ci tocca fare i conti con la situazione attuale. Ecco, da qui al 2021, in rigoroso ordine cronologico, chi ripartirà prima, chi ripartirà dopo e chi - ahimè - non sarà più come prima. È una previsione basata su elementi concreti, ma non è l’oracolo, quindi poche storie.

1) il Mare Italia: è già partito, da un mese circa, per la stagione più breve della storia: otto settimane o poco più. Con meno camere, con meno voli sulla Sicilia, con meno traghetti sulla Sardegna e - quindi - con meno clienti. Italiani al 90%, come non accadeva da vent’anni. Ma - i villaggisti lo sanno - non si poteva tenere chiuso, a costo di perdere soldi: per il personale e per la distribuzione, forse, ancor più che per i clienti. “Ha da passa’ ‘a nuttata”.

2) le case vacanza al mare e in montagna: ripartite anche queste, dopo anni di appannamento, visto che quelle di proprietà (le vere “seconde case”) erano chiuse da decenni (il commercialista milanese schifava Barzio per volare a Ibiza, l’avvocato romano ignorava Anzio per veleggiare fino a Ponza col Benetau 16 metri) e che i trilocali in affitto - a Chiavari o a Cattolica - erano ormai appannaggio di chi non poteva permettersi almeno Corfù o Palma de Mallorca. Il business è ovviamente del tutto disintermediato ed Airbnb se ne sta approfittando.

3) le città d’arte (Venezia, Firenze, Roma): ripartite, ma in sordina, non solo perché non tutti gli hotel hanno riaperto, ma anche perché la maggior parte dei clienti sono italiani: non basta proporre una camera a 180 euro (anziché al quadruplo) per riempire il Danieli a Venezia, visto che gli americani non ci sono, e chissà quando torneranno. Da giocarsi la partita per l’autunno/inverno, con gli stranieri ancora timidi e gli italiani che a dicembre hanno freddo e non vanno per calli.

4) le settimane bianche e la montagna in generale: se nevicherà a dicembre, Alpi e Appennini andranno bene, tra Capodanno e Carnevale. Ci si va in auto, non si attraversa il confine, si dorme nelle seconde case o negli alberghi “a gestione familiare” (quelli che una volta ti mandavano gli auguri per il compleanno) e soprattutto sulle piste da sci non si formano (quasi) assembramenti. E poi l’inverno 2018/19 stava andando alla grande, ne manca un pezzo.

5) aerei e aeroporti: sono ripartiti? Alcuni sì, altri no. I numeri? Ridicoli, rispetto al 2018/19. Se una tratta riparte (mettiamo un Londra / Barcellona o un Roma/Atene), poi rimane? E chi lo sa?! Qui non si fanno previsioni, ma scongiuri, perché vige il “butterfly effect” (ovvero, se un’assistente di volo di una compagnia cinese risulta Covid-positiva, capace che Boeing crolli in Borsa tre giorni dopo).

6) lungo raggio e incoming: li metto insieme, perché gli USA - per fare l’esempio più pratico - sono generatori di turisti danarosi (vedi al punto 3), ma anche produttori di fatturato per tour operator italiani abituati a buoni margini. Siamo ormai a primavera 2021, difficile che qualcosa si muova prima. Ma, anche qui, tutto dipende da quello che succederà nei prossimi 6 mesi: oggi, chi prenoterebbe un volo per Rio de Janeiro, per il Carnevale 2021? O uno per Tokio, per le Olimpiadi di agosto? Giusto un brasiliano o un giapponese. Ma di quelli ottimisti.

7) le crociere: riprenderanno entro l’anno, ma per recuperare il gap patito di anni ce ne vorranno diversi. Sarà un percorso a ostacoli, segnato da “questo itinerario sì, questo no”; “questo porto oggi sì, domani forse no”. Le compagnie pagano anche il ricordo della Diamond Princess (messa in quarantena a febbraio 2020, finita sui giornali di tutto il mondo) e il percepito di essere mezzi affollati di default (non solo dai croceristi, anche dal personale di bordo). Comunque, abbiamo superato il comandante Schettino e il Giglio (era il gennaio di 8 anni fa), supereremo anche questa.

8) il turismo scolastico:entriamo nel novero del “mai più come prima”, purtroppo. Di scuole sanificate, banchi monoposto e classi a turni sentiremo parlare tutto l’inverno prossimo. E sarà un delirio, se le cose andranno storte (a Mazara del Vallo, magari, perché poi qualcuno vorrà chiudere anche ad Aosta). Chi si azzarderà a mettere 40 adolescenti su un pullman, a primavera, e portarli da Roma ad Assisi, o da Torino a Ravenna?! Ci vorrà un DPCM apposito.

9) il MICE: eventi e convegni, come li abbiamo visti e sperimentati, non torneranno più. Certo non nel 2021. 300 parrucchieri a Praga, portati dalla marca di shampoo, che fanno la prova piega a 300 giovani testoline ceche?! 400 odontotecnici che sperimentano impianti dentali di ultima generazione, blanditi da chi li produce (gl’impianti, non gli odontotecnici) e la sera vanno in discoteca a ranghi compatti? Impossibile. Non so proprio cosa succederà al comparto MICE, ma sarebbe meglio avesse un piano B.

10) Milano: se c’è una città (in Europa, non solo in Italia) che non tornerà più come prima, questa è Milano. E lo scrivo con la morte nel cuore, perché l’ho vista trasformarsi - dalla fine degli anni ’80 all’altro ieri - da città grigia e inquinata a metropoli modaiola e attraente, passare con baldanza dal cipputi (chi sa chi è il cipputi?) alla Ferragni. Quella Milano non c’è più, a causa dello smart-working, della fine del “nine to five” e del portato di mesi di distanziamento, mascherine e paranoia. Paranoia, soprattutto. Sarà dura, per chi ci abita e per chi ci lavora. Sperem, come si dice qui.

 

whatsup 299 qRipeto anche in questa tribolata estate 2020 il “test Tripadvisor” sui villaggi Mare Italia, come ho fatto nella fulgida (e remota) estate 2019 e nella precedente 2018. Esame superato a pieni voti, per i 6 resort presi in considerazione: il siciliano iGV Baia Samuele di Scicli, il Veraclub Suneva in Costa Rei e il Limone Beach Village di OTA Viaggi a Castiadas (in Sardegna), il Valtur Calabria Cormorano Resort, l’Alboréa Ecolodge Resort in Puglia e l’elbano Ortano Mare Village di TH Resort. Sei villaggi molto venduti in agenzia, dedicati al target “famiglia con bambini” e da sempre molto graditi, visto che 5 su 6 vantano 4 pallini e mezzo (su 5) nel giudizio complessivo di Tripadvisor.

Certo, il portale di recensioni fondato da Stephen Kaufer esattamente vent’anni fa non è il Verbo, ma ormai non c’è cliente che non lo consulti, prima di partire, quindi giudizi “fake” o no, tant’è. Mi sono limitato, per ciascun villaggio, alle 10 recensioni più recenti, tutte riferite al corrente mese di agosto, Ferragosto compreso. Il periodo più difficile della stagione (perché quello più caro e il più affollato), ma queste sei “macchine da vacanza” (e da soldi...) lo hanno brillantemente superato: delle ultime 10 recensioni, in due casi 9 su 10 assegnano 5 pallini (il massimo, “eccellente”); in un caso, addirittura 10 “eccellente” su 10, come dire il massimo dei voti, con lode. Bravi tutti, quindi, con pochissime eccezioni (su 60 recensioni considerate, 2 sole tra “pessimo” e “scarso”, ma sono talmente in contrasto con tutte le altre che fanno pensare a un falso, o a un concorrente invidioso...).

Da questo bilancio molto positivo, nonostante un’estate che speriamo non si ripeta mai più, possiamo trarre tre conclusioni:

1) il tema “igienizzazione e distanziamento” non è in agenda: i clienti che citano “Covid” o “virus” nelle loro recensioni si contano sulle dita di una mano, e lo fanno comunque molto timidamente; “Bravi bravi soprattutto nel far rispettare la normativa sulla sicurezza anti Covid” scrive Antonia C. dopo una vacanza all’Alboréa, sebbene non manchi di sottolineare che “nel rispetto della normativa anti-Covid ci può stare qualche servizio in meno” e assegni soddisfatta i 5 pallini; il tema del giorno (ovvero i focolai generati dalla movida di Ferragosto, in Sardegna) non trova alcuno spazio nelle 20 recensioni di coloro che in Sardegna e in quel periodo (Suneva e Limone Beach) hanno soggiornato: tradotto, “siamo venuti in vacanza per non pensare al virus”;

2) il merito è dello staff, non dell’albergatore o dell’operatore: se la recensione è 5 pallini, nel 90% dei casi è merito dello staff, citato spesso (spessissimo) con nome e ruolo; “la sapiente direzione di Salvatore alla ristorazione, che con l'animazione è l'altra perla di questo posto, grazie al grande Marcolino, capo villaggio” scrive GP_ANG a proposito del Cormorano Resort, aggiungendo (uno a uno, li ho contati) 15 componenti dello staff, compreso “il mitico autista del trenino, Enzo”; l’organizzatore viene appena citato, en passant, come dire che tour operator e agenzia di viaggi spariscono, nella memoria del cliente, appena varcata la soglia del villaggio;

3) villaggi per famiglie, regno dei repeaters: chissà se qualcuno manda ancora gli auguri di Natale ai propri clienti, come faceva la Pensione Maria di Bellaria, nell’Italia del boom economico; perché pare proprio non ci sia cliente più fedele di quello che frequenta i villaggi Mare Italia, a prescindere dai figli (che vengono portati da neonati, ma seguono i genitori fino alla maggiore età); prendiamo il Suneva, ma vale per tutti: delle più recenti 10 recensioni, 7 appartengono a clienti che vi hanno soggiornato altre volte: “Ho soggiornato con la mia famiglia presso questo villaggio per tre settimane e per il nono anno consecutivo” scrive Elisa B.; “Terzo anno di fila, ci sarà un perché” titola la sua recensione cHeccHoDa; mia opinione personale: non sono villaggisti o albergatori a coltivare questa fedeltà, ma le agenzie di viaggi, quindi - finché i primi non bypasseranno le seconde - il business è garantito per entrambi; appena entrasse nel gioco una Expedia e la vendita diretta, temo che i repeaters del Suneva non sarebbero più 7 su 10. Devo chiudere questo post con un “premio alla resilienza” per il Santo Stefano Resort, alla Maddalena, gestito da Uvet e salito agli onori della cronaca in pieno Ferragosto: la tempesta mediatica che ha subito avrebbe schiantato chiunque, quindi un sincero plauso allo staff e all’operatore che hanno saputo tenere la barra dritta. Sarebbe potuto capitare a chiunque, ricordiamocelo: anche a chi gestisce da sempre un villaggio da 5 pallini...

 

whatsup 297 qOggi, 21 giugno 2022, inizia l’estate: vi spiego perché sarà una stagione fantastica, per agenzie di viaggi tour operatorcompagnie aeree e croceristi. La crisi è ormai un ricordo: torneremo ai numeri dell’indimenticabile estate 2019. Sono passati solo tre anni, ma ve la ricordate? In Italia eravamo reduci da anni di crescita inarrestabile, il Mare Italia faceva sfracelli e le città d’arte erano assaltate da orde di turisti: si parlava di 'overtourism', termine ormai caduto in disuso. Poi è arrivato il Covid-19. All’inizio, febbraio 2020, non gli avevamo dato molto peso, tra #milanononsiferma e l’allora presidente Trump che diceva fosse un’influenza o poco più. Invece è venuto giù il mondo, tutto intero. Contagiati a milioni e lutti a migliaia, ve le ricordate le mascherine che non si trovavano e i droni che inseguivano quelli che #iorestoacasa non lo rispettavano? Milano e Roma deserte, le spiagge vietate, i patri confini chiusi. Poi ci siamo ripresi, pian piano: l’estate 2020 ha visto una timida riapertura (“frattaglie” diceva un collega), l’inverno successivo si è rivisto un po’ di lungo raggio (apri qui, chiudi là, riapri di su, richiudi di giù) e l’estate 2021 è stata passabile (“un pasto alla mensa aziendale, per chi era abituato a pranzare in un due stelle Michelin” diceva il collega di cui sopra). Ma questa estate 2022 sarà veramente un’altra cosa. Primo, ormai ci siamo abituati a mascherine, gel, plexiglas, distanziamento. Non ci diamo più la mano e gli abbracci sono vietati, però una strizzatina d’occhio sopra la mascherina e una gomitata vanno bene lo stesso. In aeroporto ci andiamo con due passaporti: oltre a quello solito, quello sanitario; chi non ha la certificazione Covid-free sa che deve arrivare tre ore prima del volo, se va bene. E non è detto che parta. Le crociere, finalmente, hanno ripreso a pieno regime: certo, capita che gli itinerari vengano modificati (in quel Paese oggi sì, ma ieri era no; in quel determinato porto è vietato attraccare per due mesi), ma ci si abitua. Alitalia, finalmente, è risanata: la cura Caio/Lazzerini (che due anni fa era appena iniziata) è stata efficace, con 70 aeromobili e qualche migliaio di dipendenti, oggi assomiglia più a Wizz Air che a quel carrozzone parastatale mangiasoldi di prima; primo utile l’anno prossimo, garantito. I tour operator hanno fatto una bella cura dimagrante, qualcuno ha mollato, altri si sono fusi, ma ora sono più dinamici e flessibili: certo, non ci sono più alcune destinazioni (la crisi del 2020-21 ha falcidiato corrispondenti locali e DMC, hotel e servizi in loco), ma alla fine negli Usa e in Oriente ci si può andare, e tanto basta. Le agenzie di viaggi, infine: la profezia di Bill Gates (quando fondò Expedia, nel secolo scorso “le agenzie spariranno a breve dal mercato!”) non si è avverata. Diverse centinaia hanno chiuso, le aperture si contano sulle dita di una mano, ma il comparto resiste. Certo, un agente del 2022 assomiglia più a un epidemiologo (“guardi, signora, qui può andare, qui no; lì deve portarsi il test sierologico, là l’amuchina da casa”) e a un legale (“allora, se il Suo hotel è a distanza di 9 km da un focolaio, ottiene il rimborso della vacanza; se invece è a 11 km, niente rimborso”), ma ci sta pure questo. Buona estate 2022.