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L'EDITORIALE DI ROBERTO GENTILE

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T.O. DEL MESE

BOTTA & RISPOSTA

IPSE DIXIT

dina ravera qdestination italia logoChi si occupa di incoming ricorda la vicenda Gartour: società romana attiva nell'incoming, fondata da Paolo Dello Strologo (scomparso nel 2022) e da lui guidata fino al 2016: in oltre venti anni di attività, Gartour era arrivata a vantare dieci sedi in tutto il mondo, con particolare focus sulla Russia. Poi, a causa di serie difficoltà economiche, a fine 2016 Dello Strologo si accordava con Destination Italia per un affitto d’azienda che avrebbe evitato il fallimento, sfociando nel successivo acquisto. Destination Italia SpA era stata fondata a Milano a inizio 2016 e contava su tre soci di assoluto rilievo: Lastminute.com Group di Fabio Cannavale, con una quota del 57%, Intesa Sanpaolo al 38% e l’a.d. Marco Ficarra con il 5%.

Il progetto non assumeva la forma auspicata dai soci fondatori e a fine 2018 Dina Ravera (trascorsi in McKinsey e nelle telecomunicazioni) veniva nominata presidente; la società affrontava il duro periodo del Covid grazie a una ristrutturazione del capitale, a seguito della quale la Ravera riusciva a ereditare la maggioranza delle quote. Destination Italia virava allora decisamente verso la finanza: a ottobre 2021 approdava in Borsa, nel segmento FTSE Italia Growth, ex AIM Italia, indice composto da PMI ad alto potenziale di crescita.

Tre anni dopo, superato l’impasse della pandemia e realizzata la fusione tra quotate con il Portale Sardegna, Destination Italia espone numeri positivi, elencati da Milano Finanza del 6.2024, che elegge panegiricamente Dina Ravera come Lady Turismo, dopo averla nominata - anni prima - Lady Telco.

Ci limitiamo a riportare i dati pubblicati dal sito della Borsa Italiana: l’attuale assetto azionario vede un capitale flottante pari al 47,52%, i fondatori originali Intesa Sanpaolo SpA (come Banca dei Territori) al 3,34%, Lastminute.com N.V. al 13,07% e Marco Ficarra con lo 0,62%: tutti nel tempo diluiti nel capitale. Oggi l’azionista di controllo è la Lensed Star Srl di Dina Ravera (con Giulio Valiante co-amministratore delegato) al 35,45%. Partner in Destination Italia SpA sono quelli che la Ravera cita come “imprenditori innovativi”: Vitaliano Borromeo della famiglia proprietaria delle Isole Borromee sul Lago Maggiore, l’imprenditore del caffè Riccardo Illy e Federico Grom e Vittorio Martinetti, noti per aver fondato (e poi venduto a Unilever) i gelati GROM.

Sempre sul sito di Borsa Italiana risulta che il risultato operativo / EBITDA sia negativo da sempre e che nel quinquennio 2019 / 2023 Destination Italia abbia perso qualcosa come 11,5 milioni di euro, perdita - si deduce - ripianata da diversi aumenti di capitale da parte dei soci, dalla quotazione del 2021, da operazioni finanziare e dall’azionista bancario. Secondo quanto pubblicato in un comunicato stampa dalla stessa società in vista della prossima assemblea per l’approvazione del bilancio, l’incremento del fatturato 2023 su 2022 - pari al 92%, ovvero oltre 50 milioni, in buona parte dovuto all’apporto di Portale Sardegna - avrebbe portato la società ad un EBITDA pressoché in pareggio, supportato da un incremento delle spese del personale solo del 52%, ma aprendo sedi all’estero (USA, Brasile, …) e reclutando esperti sul territorio per promuovere l’arrivo dei pronipoti degli italiani emigrati nei secoli passati. Secondo voci di corridoio, peraltro, Destination Italia sarebbe alla ricerca dell’ennesimo amministratore delegato, dopo le dimissioni di Ficarra, Gasperini e Pannozzo e l’attuale reggenza interna.

Insomma, qualche luce, ma pure qualche ombra: in Italia turismo e finanza non vanno sempre d’accordo...

 

whatsapp388 qSi chiamano Gen Z (si pronuncia “gen zed” in American English o “gen zi” in inglese globale) o Centennials o Zoomers o Zedders: sono nati dal 1997 al 2012, quindi nel 2024 hanno un’età compresa fra i 12 e i 27 anni. I Gen Z sono stati preceduti dai Millennials o Gen Y e seguiti dalla Generation Alpha; i loro genitori sono Generation X o primi Millennials; i loro nonni sono i Boomer. Visto che l’autore di questo pezzo è un (deprecato) Boomer, ricordo che l’espressione “OK boomer” è dispregiativamente rivolta dai ventenni a coloro che esprimono opinioni condiscendenti nei loro confronti (sul climate change, sulla sostenibilità, sulle questioni LGBTQ+ ecc.) e più in generale a chi non si muove a proprio agio tra internet, devices e social. Cioè, ai vecchi.

I Gen Z sono una cinquantina di milioni, in Europa; 7,6 milioni in Italia (ovvero il 13% di un Paese con sempre più anziani). Trattasi quindi di una generazione molto meno numerosa delle precedenti (i Boomer sono quasi 70 milioni), ma sempre più attraente per le aziende e per il mercato, visto che sono i consumatori e i viaggiatori del futuro.

Ecco tre cose che non sappiamo dei Gen Z e che ovviamente influenzano anche le loro scelte di consumo e di turismo:

1. Sono connessi 24/7 e contenti di esserlo - “Viviamo in un ambiente always on, siamo phygitalmente connessi. ll multitasking digitale è il nostro pane quotidiano e passiamo con estrema facilità da un device all’altro, su cinque dispositivi diversi: smartphone, desktop, lap top, tablet e TV spiega Claudia Cassano, marketing hospitality specialist in Nicolaus Valtur, rigorosamente Gen Z “Siamo nativi digitali e abituati a condividere i nostri dati, coscienti del fatto che gli algoritmi studiano il nostro comportamento e intervengono al momento giusto, adattandosi perfettamente ai nostri gusti, alle nostre esigenze, alle nostre aspettative. Lo fanno i social, come Instagram e TikTok; i motori di ricerca, come Google; gli assistenti personali o smart speaker, come Alexa o Siri. Certo, siamo consapevoli del fatto che i nostri dati abbiano un valore e siano sfruttati, anche commercialmente. Ma da tutto ciò scaturiscono nuovi modelli di education, nuove opportunità di carriera, nuove professionalità. Perché no, quindi?!”

2. TikTok è il loro social, gli altri seguono - È sbagliato identificare i social con le generazioni, ma - per semplificare - io lo faccio lo stesso. TikTok sta ai Centennials, come Instagram sta ai Millennials, X ex Twitter sta ai Generation X (Elon Musk è di quella classe, non a caso) e Facebook sta ai Boomer. Questi ultimi pensano - erroneamente - che TikTok siano solo stupidi balletti, i Gen Z reputano FB - giustamente - roba da vecchi. Mi spiega Claudia: TikTok non ha rivali, per i seguenti motivi: ottima UX (user experience) che per noi nativi digitali è la priorità assoluta; navigazione immersiva (full screen, volume sempre attivo, modalità di navigazione in swipe up); contenuti così vari che ce n’è per tutti, dalle lezioni di fisica di Vincenzo Schettini alla vendita di abiti usati di Vinted; fa esplodere l’estro creativo attraverso l’editing di video e contenuti dinamici, personalizzabili con testi, filtri, musica; ci connette con altri utenti con medesimi interessi, attraverso challenge, duetti, ecc. Un errore comune è quello di credere che l’utente di TikTok subisca passivamente i contenuti: non è vero, noi lo utilizziamo anche come motore di ricerca: per le vacanze, partiamo dalla query ‘itinerario + nome della destinazione’ e quello che scegliamo alla fine nasce da lì”.

3. “Cringe”, “snitchare”, “crush”, “shippare”, “bro”, “amo”: la neo-lingua dei Gen Z - Termini incomprensibili a chi abbia più di 25 anni, sono inglesismi/neologismi ormai diffusissimi tra i Gen Z, che li usano quotidianamente: oltre un terzo (36%) lo fa molto spesso, circa un quarto (23%) addirittura sempre, secondo Skuola.net, “sito educational #1 dedicato agli studenti di scuola e università”, che spiega: “La Generazione Z si identifica nel proprio gergo a tal punto che, tra chi è avvezzo a mixare italiano e slang, circa due su tre ammettono di usare le ‘nuove parole’ non solo quando si trovano con i propri coetanei, ma anche nelle situazioni più formali, ad esempio a scuola con i docenti, o al cospetto dei genitori. All’accusa di utilizzare troppi termini stranieri al posto di sinonimi italiani, la metà si difende dicendo che la ‘inglesizzazione’ del linguaggio rende il proprio modo di parlare più universale e un terzo ritiene ormai superato il tempo delle distinzioni. Lo slang si impara da amici e coetanei, tra i social svetta TikTok, ma un ruolo fondamentale lo giocano influencer, youtuber, streamer, creator, VIP in generale dello sport, dello spettacolo o del gaming”.

Ecco le traduzioni:

Cringe”: come aggettivo significa “imbarazzante”, ma in un’accezione particolare, visto che è “cringe” ciò che suscita imbarazzo e al tempo stesso disagio in chi lo osserva. Per un adolescente potrebbe essere “cringe” vedere il proprio genitore che balla in pubblico una canzone trap. O anche solo sentirgli usare la parola “cringe” fuori contesto. “Cringe” è esploso grazie alla condivisione di video, immagini e meme, soprattutto su Instagram e TikTok (fonte: Treccani on line).

Snitchare” (dall’inglese “to snitch, fare la spia”) è usato quando si accusa qualcuno di aver “spifferato” all’autorità (magari un professore, un genitore, il capo al lavoro ecc.) cose che dovevano restare segrete.

Shippare” è una crasi del sostantivo ’inglese “relationship”, interpretato però nel senso di “vedere bene assieme due persone”, “immaginare che possano avere una relazione”, “attribuire un partner”.

Crush” ha un substrato violento (significa “schiacciare, stritolare, frantumare”) ma viene usato in connotazione molto più romantica, definendo chi ha la famosa “cotta” adolescenziale.

Infine, “Bro” (diminutivo di “brother, fratello” nello slang degli afro-americani, soprattutto rapper e trapper) indica “amico stretto” e “Amo” (contrazione di “amore”) non è necessariamente il fidanzato/a, ma utilizzato soprattutto dalle ragazze nelle conversazioni con le migliori amiche.

Basta così. Ora mi vado a comprare il Corriere della Sera in edicola e lo pago con le monetine. Più boomer di così si muore.

Nell’immagine a corredo, 5 dei Gen Z più popolari al mondo (una in Italia)

 

whatsup384 qFederalberghi Roma, in occasione dell’appuntamento annuale dell’Albergatore Day snocciola dati invidiabili: il 2023 è stato un anno record, per gli hotel della Capitale. Quasi 14 milioni di arrivi (+ 5,60% sul 2019) e 32,5 milioni di presenze (+2,65% sul 2019). Grazie agli americani che continuano ad arrivare e considerato l’Anno Santo del 2025, Roma ormai se la gioca con le grandi capitali: Parigi, Londra, Berlino, anche New York.

Di personale stagionale, stranamente, non si è parlato granché. Eppure la questione è fondamentale, visto che nel 2024 milioni di vacanzieri invaderanno non solo le città d’arte, ma anche il Mare Italia (“Nuova impennata dei viaggi in Italia” prevede il presidente FTO Franco Gattinoni). E infatti qualcuno comincia a muoversi:

- Egnazia Ospitalità Italiana, il nuovo gruppo di gestione alberghiera fondato da Aldo Melpignano, per Borgo Egnatia e altre quattro strutture selezionate cerca: front office, guest relations, porter (facchino - ndr), economato, sala, sommelier, cucina, plonge (lavapiatti - ndr), pasticceria, bar, housekeeping, reservations, logistica, allestimenti, spa, bagnini e manutenzione.

- Icon Collection del Gruppo Ficcanterri, per i due resort in Toscana, ricerca: manutentori, facchini, commis di sala, commis di cucina, chef de rang, hostess, cuochi, camerieri/baristi, receptionist, guest relation, housekeeper (governanti - ndr).

Se poi su Google fate la query “lavoro stagionale hotel Italia” trovate che i profili ricercati dalle piattaforme più popolari (Indeed, Monster, Infojobs) sono gli stessi: camerieri, receptionist, governanti ecc.

Perché si cercano così tanti stagionali e - ovviamente - non si trovano? E, una volta trovati, come mantenerli?

Al tema ho già dedicato un articolo (l’equiparazione tra stagionale e carne da cannone non era il massimo, lo so), ma eravamo in pieno post-Covid. Nel 2023 il turismo ha contribuito per 1/4 alla crescita del PIL nazionale sul 2022 (fonte: Intesa Sanpaolo all’Albergatore Day) quindi il settore è in piena ripresa.

Provo a elencare alcune cause:

1. lavoro stagionale è spesso lavoro di basso livello e mal pagato: camerieri e baristi, governanti e facchini sono occupazioni che richiedono bassa professionalità e spesso poca, o nulla, esperienza; chi trova un posto altrove (corrieri, edilizia, grande distribuzione) non torna a lavorare in hotel o in villaggio;

2. lavorare 12 mesi all’anno è meglio che lavorarne 8 (o 4): come i maestri di sci (che d’estate facevano i boscaioli) o i bagnini (che d’inverno s’inventavano manovali) gli stagionali hanno sempre avuto un doppio lavoro, ma contare su uno stipendio per 12 mesi è una cosa, solo per 8 o meno, un’altra, soprattutto in tempi di inflazione come quelli attuali. Chi trova un contratto per tutto l’anno, rimane lì;

3. in alta stagione non si lavora più 7 giorni su 7, 12 ore al giorno: quando ho fatto il G.O. al Club Med, nel remoto 1993, si lavorava tutti i giorni, dal mattino alla sera, e ti andava bene se recuperavi un pomeriggio libero alla settimana; oggi non è più così, ed è anche giusto; ma è ovvio che se prima - per coprire un ristorante sul mare - servivano quattro camerieri, oggi ne servono almeno sei (e i prezzi del menù aumentano, anche per quello);

4. i giovani non vivono per lavorare, molti lavorano per vivere (e avere una vita personale): la questione è nota, rimando a un mio pezzo che ha suscitato molti commenti; in breve, i giovani che scelgono il turismo devono essere accolti e trattati bene, altrimenti vanno altrove.

Concludendo, come risolvere il problema? Prendo a prestito le sagge parole di Francesco Monti, titolare di Hotel Mediterraneo, prestigioso 5* stelle di Sorrento, aperto 8 mesi l’anno: “Noi puntiamo tutto sulla fidelizzazione: l’85% del nostro personale è fedele, il restante 15% ci arriva col passa parola. Siamo a gennaio, e abbiamo già brigata e staff pronti per la stagione".

 

whatsapp387 qI bravi manager turistici ci sono, basta andarli a cercare. Una volta trovati, bisogna convincerli ad accettare una proposta di lavoro. E qui comincia il difficile.

Riparto da un’affermazione del Censis, che ho pubblicato l’anno scorso: “Non è il rifiuto del lavoro in sé, ma un declassamento del lavoro nella gerarchia dei valori personali”.

Primo, il lavoro non è più in cima alle priorità dei giovani, Millennial e Gen Z. Adesso il mantra è “Work Life Balance”: il bilanciamento ottimale tra gli impegni legati al lavoro e quelli connessi alla vita personale, ovvero famiglia, tempo libero e salute. Se l’azienda che assume basa la trattativa solo su soldi e carriera, il candidato se ne fa un’idea “utilitaristica”: “Ah, siccome mi paghi pretendi che lavori tanto? Quindi in cambio di soldi vuoi la mia vita? Devo rinunciare al tempo in famiglia? Devo sbattermi per il tuo fatturato e imbottirmi di sigarette (vabbè, quelle elettroniche...) e caffè? Non ci penso proprio!”. Le aziende turistiche hanno capito che Work Life Balance conta più dei soldi?! Credo di no.

Secondo, sono i manager a scegliere le aziende, non viceversa. Prima era diverso: quando la domanda di lavoro superava l’offerta, per ogni posizione c’erano dieci candidati e trovare quello giusto era facile. Oggi che i manager bravi sono meno delle aziende che li cercano, possono permettersi di essere “choosy”, cioè schizzinosi. Se la sede è scomoda da raggiungere, se il ruolo ricercato è indefinito (ormai sono tutti manager, anche quelli che stampano i documenti di viaggio), se al colloquio l’intervistatore fa l’antipatico: in questi casi, il candidato prende e se ne va da un’altra parte, O resta dov’è. Le aziende turistiche hanno capito che quando cercano posizioni come revenue manager, F&B manager e contract manager (oggi, in assoluto le più difficili da trovare sul mercato) devono “vendersi” bene ai candidati?! Credo di no.

Terzo e ultimo, i prescelti vanno accontentati, in ogni modo. Tale la fatica di trovarli, che alla fine qualche concessione in più va fatta. E non si tratta di soldi, ma di orario di lavoro flessibile, congedo parentale, welfare mirato, ferie concesse quando fa comodo al dipendente e non all’azienda. Di trasferte dove si può mettere in nota spese un pranzo in buon ristorante, per un nuovo cliente. O fare un viaggio di lavoro in aereo, anziché risparmiare e sobbarcarsi 700 km in auto, in due giorni. E infine - punctum dolens - lo smart working. Le aziende turistiche han capito che se non concedono almeno uno (meglio due) giorni di lavoro da casa, a chi ovviamente può farlo, dipendenti Millennials e Gen Z non li trovano più?! Credo di no.

Colloquio effettivamente avvenuto. Il sottoscritto alla candidata sales manager: “Allora, l’azienda ha scelto Lei: è contenta, vero?”. La candidata: “Mah, ho letto in una chat che uno dei capi ha fatto una scenata a una stagista che aveva fatto un errore...”. Il sottoscritto: “Ah sì?! Non lo sapevo...”. La candidata: “Sul sito affermano che non fanno discriminazioni, donne e uomini hanno la stesse possibilità di carriera: eppure io finora ho fatto tre colloqui, tutti con uomini”. Il sottoscritto: “Ha ragione, ma ci sono tante donne nel middle management...”. La candidata: “Ho dato un’occhiata al bilancio della società, l’anno scorso hanno chiuso in perdita. A me hanno detto che quest’anno fanno più 30%: difficile, non crede?”. Il sottoscritto non replica.

Immaginate come sia andata a finire?

 

whatsup383 qIl 9 gennaio del 2007, diciassette anni fa, Steve Jobs presentava al mondo l’iPhone, ovvero il primo smartphone. Lui era un genio e trasformava in oro tutto quello che toccava, ma anche i Re Mida sbagliano. Google Glass, il metaverso e Hyperloop, invenzioni rispettivamente di Sergey Brin e Larry Page (Google), Mark Zuckerberg ed Elon Musk (Re Mida anche loro) rappresentano tre “epic fail” tecnologici, ovvero tre fallimenti clamorosi e inattesi.

Ne ripercorriamo la storia, per constatare che le cose che NON funzionano hanno sempre qualcosa in comune: è un po’ lungo, ma la materia è complessa. Premessa: non sono un esperto di tecnologia, riporto quanto pubblicato dai media e mi scuso per le inevitabili semplificazioni.

La prima versione dei Google Glass, presentata nel 2013, consisteva in un paio di occhiali dotati di realtà aumentata, tramite i quali visualizzare informazioni come sugli smartphone, ma senza l'uso delle dita. L’elemento distintivo degli “smart glasses” era il mini-display collocato su una stanghetta, spostabile a discrezione dell’utente, che consentiva di visualizzare applicazioni, video e contenuti multimediali come se fossero proiettati da uno schermo ad alta definizione da 25 pollici, a una distanza di due metri. Completavano il device una fotocamera per registrare video e scattare foto, un touchpad collocato accanto al display, audio a conduzione ossea, connettività Wi-Fi e Bluetooth, 12 GB di memoria. Questo video spiega come funzionassero i Google Glass, che sarebbero stati prodotti in due versioni: l’Explorer Edition, rivolta al pubblico, che venne ritirata dal mercato nel 2016 (ne erano stati venduti qualche decina di migliaia di esemplari, al costo di circa 1.500 dollari); l’Enterprise Edition, presentata nel 2017 e progettata per le aziende, soprattutto in ambito medico e scientifico, e arricchita della “gesture recognition”, ovvero dalla possibilità di interagire con le applicazioni tramite il movimento degli occhi. A marzo 2023 Google ha sospeso la vendita anche della versione Enterprise e annunciato che avrebbe concentrato i propri sforzi sulle nuove tecnologie di AR Augmented Reality, ma senza occhiali.

Nel 2021 il metaverso scatenò una tempesta di hype paragonabile solo a quella che, due anni dopo, avrebbe suscitato AI, l’intelligenza artificiale, grazie soprattutto a ChatGPT di OpenAI. Ma mentre l’AI rappresenta probabilmente la maggiore sfida tecnologica del decennio, l’universo virtuale progettato da Mark Zuckerberg - che cambiò persino il nome di Facebook in Meta, per rispecchiare la nuova mission - fatica a imporsi. In questo video (90 minuti, ma guardatelo tutto, ne vale la pena) la versione analogica, ovvero in carne e ossa, e quella digitale, ovvero l’avatar, di Zuckerberg illustravano il nuovo ambiente in cui avremmo interagito, socializzato e complessivamente spostato le nostre vite: “Our company is now Meta. Abbiamo una nuova stella polare: dare vita al metaverso. D’ora in poi, al primo posto per noi ci sarà il metaverso, non Facebook”. I motivi per i quali il metaverso non ha funzionato sono troppi per essere citati qui (riporto solo un titolo del New York Times di un anno fa: “Skepticism, Confusion, Frustration: Inside Mark Zuckerberg’s Metaverse Struggles”), ma quello che mi preme sottolineare è la distanza tra le aspettative del creatore di FB, che lui stesso definiva “uno dei prodotti più usati nella storia del mondo”, e l’impatto del metaverso, solo due anni dopo.

Nel 2012 Elon Musk, fondatore di realtà innovative come PayPal, SpaceX e Tesla, lancia Hyperloop: un treno a levitazione magnetica che avrebbe collegato Los Angeles a San Francisco su una linea sopraelevata (formata da una coppia di tubi di acciaio sollevati a sei metri da terra e posti su piloni di cemento distanti 30 metri l’uno dall’altro) impiegando 35 minuti e quindi percorrendo i 560 chilometri che separano le due metropoli californiane a una velocità media di 970 km/h, con punte di 1.200 chilometri orariQuesto video ne illustra le immaginifiche caratteristiche. Da allora esperti di innovazione nei trasporti, ingegneri, informatici, manager, venture capitalist e startup di tutto il mondo si misero in moto per realizzare il progetto, volutamente pensato in modalità open source, affinché chiunque ne avesse le competenze potesse sviluppare autonomamente l’idea iniziale di Musk. Decine di società sono state fondate in tutto il mondo, allo scopo di sottoscrivere accordi con le ferrovie locali e le aziende municipali, quindi ricevere finanziamenti e costruire il sistema (una anche da noi, Hyperloop Italia di Bibop Gresta). Il 21 dicembre 2023 Bloomberg annuncia che l’americana Hyperloop One (la maggiore delle società create ad hoc, che dal 2014 aveva raccolto 450 milioni di dollari in fondi di venture capital) ha dichiarato fallimento, chiuso gli uffici e licenziato i dipendenti. Fine della storia, nonostante le illusorie speranze di Bibop (che a dire il vero si chiama Gabriele) Gresta.

Ecco cosa, a mio sindacabile giudizio, accomuna questi fallimenti epocali:

1. Il tocco da Re Mida non funziona sempre. Anche se ti chiami Elon Musk, Marc Zuckerberg o Sergey Brin (era lui che nel 2013 andava in giro con il prototipo di Google Glass nella metro di New York) e le hai azzeccate praticamente tutte, succede che ne sbagli una. Premesso che sono proprio i Re Mida a dover provare e fare errori (sono gli unici a poterselo permettere, data la mole di denaro ferma sui loro conti, in attesa di acquisizioni o di sviluppo di nuove tecnologie), proprio da loro ci attenderemmo di sapere perchè abbiano gettato tutti quei soldi al vento e dove hanno sbagliato. Perché - gli imprenditori lo sanno - si impara più dagli errori che dai successi. P.S. secondo Business Insider, in due anni il metaverso sarebbe costato a Meta 46,5 miliardi di dollari di perdite; Musk ne ha spesi 44 (sempre billion-dollars) per comprarsi Twitter: che oggi, come X, vale meno della metà.

2. Guardarsi indietro e pensare avanti, ma non troppo. Il metaverso di Zuckie, almeno nella versione originale, assomigliava molto a Second Life, altro “epic fail” di inizio millennio, che non riuscì a convincerci che spendere soldi per farsi una “second life” fosse meglio che investirli nella “first life”, ossia che il virtuale (lavoro, affetti, eventi) fosse meglio del reale. Inoltre il metaverso nasce in piena pandemia, quando eravamo tutti costretti a casa e quindi l’idea di avere un avatar libero per il mondo era molto attraente. Forse, prima di mettere in secondo piano Facebook, la gallina dalle uova d’oro, e diventare tutto Meta, Zuckerberg avrebbe fatto bene ad aspettare un po’.

3. Il prodotto non basta, ci vuole l’ecosistema adatto. Che senso ha sparare un passeggero a 1.000 km all’ora se il punto d’arrivo si trova a 5 km da una stazione ferroviaria o a decine da un aeroporto, e magari deve attendere mezz’ora per trovare un taxi? Che senso ha un metaverso la cui caratteristica costruttiva è la interoperabilità, ovvero la possibilità di spostarsi da una piattaforma all’altra conservando la propria identità e i propri beni digitali, se di piattaforme sul metaverso ne esistono svariate (Horizon Worlds di Meta, The Sandbox, Decentraland più quelle gaming di Fortnite e Roblox) e nessuna interagisce con l’altra?

4. Chiedersi qual è il valore aggiunto per il cliente / fruitore. Perché l’iPhone è stato un successo planetario? Perché ha messo nelle mani di 8 miliardi di terrestri un telefono, un PC, una macchina fotografica, un traduttore istantaneo, una lampada tascabile, uno scanner, uno specchio... e potrei continuare. I Google Glass “non erano utili, non assolvevano ad alcuna esigenza reale" commenta Warren Craddock, ex Senior Software Engineer di Google “I team di sviluppo erano troppo concentrati nel progetto per misurarsi con la realtà e non si sono mai chiesti quale valore aggiunto giustificasse la spesa di 1.500 dollari per indossarli”. Ci sono prodotti che “comprendono” la propria funzione anche dopo essere stati inventati (Amazon nasce come e-commerce di libri, Netflix per ricevere DVD per posta), ma i Google Glass, Hyperloop e il metaverso questa funzione - unica e insostituibile - non l’hanno mai trovata.