Cosa è cambiato (per sempre) nel turismo, quattro estati dopo il Covid
1. Addio mascherine e pugnetti, amuchina e distanziamento sociale - Per ricordare come fossimo conciati, a luglio 2020, basta leggere il mio "Perché ci vorranno mesi (o anni) per tornare a viaggiare come prima". Adesso, per citare il prodotto col quale ci lavavamo compulsivamente le mani, l'amuchina, ho dovuto fare una query su Google. Oggi, a chi importa più la differenza tra le mascherine FFP2 e le FFP3? Ma soprattutto, non paiono patetici i pochi che ancora indossano la mascherina in metro o sul treno?! Mentre le abitudini successive all'11 settembre sono rimaste per sempre (in aeroporto: i liquidi contingentati, le cinture da slacciare, i lap top estratti dalle custodie) scommetto che - per indossare nuovamente mascherine e guanti - ci vorrà almeno una nuova pandemia. Ma il pugnetto no!! Per favore, il pugnetto mai più. 2. Quei prezzi (bassi) in Italia non torneranno più - D'accordo, il Covid c'entra poco, il danno è successivo, l'inflazione è figlia del conflitto in Ucraina e di altre contingenze non mediche. Ma quello che pagavamo in un buon ristorante ad Alassio o per passare un week-end a Taormina, nel 2019 - ovvero il 30-40% in meno, rispetto a oggi - non lo ritroveremo mai più. Al nostro posto se la godono gli stranieri, americani in primis per i quali "siamo fighi e costiamo poco", anche grazie al dollaro forte. Ecco perché oggi sempre più italiani vanno in vacanza a luglio e a settembre, visto che agosto è inavvicinabile. 3. Il Giappone su, la Cina giù, Russia addio per sempre - Se c'è una destinazione che gode di particolare successo, da almeno un paio d'anni a questa parte, è il Giappone, grazie a un rapporto qualità/prezzo che nel 2019 era una chimera Un Paese che non si è più ripreso è la Cina, che nel 2019 era in cima alle preferenze dei viaggiatori e al quale solo pochi mesi fa Michele Serra, un'autorità sulla Terra di Mezzo, dedicava un laconico: "La Cina è sempre stata un gigante turistico, ma negli ultimi tre anni è stata dimenticata ed è scomparsa dall’immaginario collettivo dei viaggiatori tricolore. Da quando ha riaperto le frontiere, il gigante si è rimesso in moto, ma a un ritmo molto lento...". Un Paese che è sparito, forse per sempre, dal portafoglio dei tour operator italiani, è la Russia: quella di Dostoevskij e Solženicyn, dell'Ermitage e della Piazza Rossa, di Tchaikovsky e del Bolshoi. Un lutto, per tutti. 4. Siamo tutti più esigenti e nervosi - Sarà una conseguenza del lockdown, ovvero dello stare chiusi in casa per mesi, oppure della difficile ripresa post pandemia, ma oggi siamo tutti più intolleranti e suscettibili. La scorsa estate pubblicai un pezzo sui balneari e sul tramezzino diviso a metà che, su LinkedIn, fece il botto: 119.999 (!) visualizzazioni e 792 commenti, metà dei quali di improperi diretti al sottoscritto. Che si era permesso di affermare che la qualità si paga, che se vuoi ombrellone e lettino non puoi pretendere di pagarlo 20 euro e che il "supplemento taglio tramezzino" è una stupidata da 2 euro. Niente, 400 ditini alzati a darmi del difensore del privilegio e dell'avversatore della libertà. Per un ombrellone e un lettino. Se avessi speso due parole a favore dei tassisti?! 5. Il turismo ha resistito, resiste e resisterà. Per sempre - Me li ricordo i colleghi che hanno abbandonato il settore, nel 2020, per dedicarsi a business più redditizi. Qualcuno mi guardava col sopracciglio alzato, il messaggio in sottotesto era: "Dai, ancora nei viaggi? Il turismo è morto, non tornerà più come prima… Hai letto cosa prevede IATA? Ai voli del 2019 torneremo nel 2025, forse. Lascia perdere e trovati un altro lavoro, che è meglio". E noi turistici, mogi mogi nel luglio 2020 degli ombrelloni distanziati, a sperare che la quarantena per chi rientrava dalla Tunisia (lo so che ve lo siete dimenticato, leggete qui) non durasse 15 giorni… E invece, solo quattro estati dopo, siamo alle prese con l'overtourism, perché viaggiare è un bene inestimabile e non c'è pandemia, guerra o rivoluzione che possano fermarci. Ora lo sappiamo ancor più di prima. P.S. Dedichiamo un benevolo pensiero, agli ex colleghi che ora si occupano di medicine o bitcoin, di food delivery o immobili, visto che le convention noi le facciamo in crociera a Santorini, loro in un grigio business hotel a Dortmund...
Perché ai turisti americani piace tanto l’Italia, quattro motivi (tra tanti)
Qualche numero, tratto da Eurostat: nel 2023, con 21,4 milioni di pernottamenti di turisti USA, l’Italia è leader in Europa, avendo staccato nettamente la Spagna (10,8 milioni di notti) e la Francia (9,5 milioni). Oltre 5 milioni di notti in più (+31,2%) rispetto al 2019, ultimo anno pre-pandemico, quando le cose andavano già bene. I turisti USA prediligono Roma (6,5 milioni di pernottamenti nel 2023, 1,7 milioni in più del 2019), seguono la Toscana (3,7 milioni, + 700mila), il Veneto (2,8 milioni, + 400mila) e la Campania (2,2 milioni, + 500mila). Roma e Firenze, Venezia e Napoli (boom nel boom) continueranno a incassare dollari a vagonate, nell’estate 2024. Anche perché il 4 luglio 2024 è stato il giorno più trafficato nella storia degli aeroporti USA. Il Wall Street Journal - da “business and finance newspaper” - sottolinea l’impatto economico generato: i turisti USA che varcano l’Atlantico sono in media più danarosi dei connazionali che si limitano, ad esempio, ad attraversare il confine del Messico. Prediligono il lusso negli alberghi, pagano conti sontuosi ai ristoranti per cibo e vini, per abitudine lasciano grosse mance. Il cambio favorevole dollaro/euro è un altro booster per spendere senza limiti. Perché agli americani piace tanto l’Italia? Provo a indicare quattro motivi: 1. Italia e USA sono connesse storicamente e antropologicamente - Cito solo due elementi, tra tanti: sono stimati in 25/30 milioni (su una popolazione complessiva di 341 milioni) gli statunitensi che contano una qualche ascendenza italiana in famiglia, anche perché la migrazione nel Nuovo Mondo risale addirittura a prima dell’unità d’Italia. Il secondo conflitto bellico non solo ha visto tre sbarchi successivi degli Alleati (Sicilia, Salerno e Anzio, nel 1943/44), ma ha generato il Piano Marshall che ha non poco contribuito al nostro “boom” economico degli anni ‘60. 2. Gli americani ci sono simpatici - “Americaaa’ facce Tarzan!”, esortazione rivolta ad Alberto Sordi che nuota nella “marana” (assolutamente da rivedere), nella povera ma bella Italia del dopoguerra, è memoria condivisa. Come Totò che vende la fontana di Trevi al “paisa’” americano (“Totò truffa”, 1961). Da sempre - nonostante momenti di crisi, dal Vietnam alla Guerra Fredda - i cittadini USA sanno che da noi saranno accolti con simpatia e curiosità, senza pregiudizi di lingua o di colore. 3. L’Italia è un Paese sicuro - Con due conflitti in corso ai confini dell’Europa e gli USA da 80 anni prima potenza bellica al mondo è evidente che un americano non si sente a proprio agio dappertutto. Le nostre città sono sicure, rispetto ad altre metropoli europee; la piccola delinquenza è sotto controllo e al peggio può accadere che ti spacchino un vetro dell’auto a noleggio; la piaga della droga (da loro il Fentanyl sta facendo una strage) appartiene a tempi andati. 4. Mangiare, ma soprattutto bere, costa poco - Su questo tema mi rifaccio alla TikToker USA @ciaoamberc, da vedere qui “Da noi un cocktail costa 15/25 dollari, se togli il ghiaccio di alcool ne rimane tanto così, se vuoi patatine e noccioline li paghi extra. In Italia un buon cocktail costa 8 dollari (meno di 8 euro - ndr), di ghiaccio ce n’è poco e soprattutto ti danno proprio da mangiare, si chiama “aperitivo” ed è incluso negli 8 dollari! Il cameriere ti sorride, ti riempie il piatto e non si aspetta la mancia, perché in Italia non c’è”. Saranno contenti i camerieri italiani... Mi fermo qui. La prossima volta che in centro incontriamo uno di quelli che girano in bermuda e ciabatte, bevono il cappuccino di pomeriggio e confondono Colombo con Garibaldi ricordiamoci che il turista americano contribuisce positivamente alla nostra bilancia dei pagamenti.
Tre cose che non sappiamo dei Gen Z (i giovani dai 12 ai 27 anni), consumatori e viaggiatori del futuro
I Gen Z sono una cinquantina di milioni, in Europa; 7,6 milioni in Italia (ovvero il 13% di un Paese con sempre più anziani). Trattasi quindi di una generazione molto meno numerosa delle precedenti (i Boomer sono quasi 70 milioni), ma sempre più attraente per le aziende e per il mercato, visto che sono i consumatori e i viaggiatori del futuro. Ecco tre cose che non sappiamo dei Gen Z e che ovviamente influenzano anche le loro scelte di consumo e di turismo: 1. Sono connessi 24/7 e contenti di esserlo - “Viviamo in un ambiente always on, siamo phygitalmente connessi. ll multitasking digitale è il nostro pane quotidiano e passiamo con estrema facilità da un device all’altro, su cinque dispositivi diversi: smartphone, desktop, lap top, tablet e TV” spiega Claudia Cassano, marketing hospitality specialist in Nicolaus Valtur, rigorosamente Gen Z “Siamo nativi digitali e abituati a condividere i nostri dati, coscienti del fatto che gli algoritmi studiano il nostro comportamento e intervengono al momento giusto, adattandosi perfettamente ai nostri gusti, alle nostre esigenze, alle nostre aspettative. Lo fanno i social, come Instagram e TikTok; i motori di ricerca, come Google; gli assistenti personali o smart speaker, come Alexa o Siri. Certo, siamo consapevoli del fatto che i nostri dati abbiano un valore e siano sfruttati, anche commercialmente. Ma da tutto ciò scaturiscono nuovi modelli di education, nuove opportunità di carriera, nuove professionalità. Perché no, quindi?!” 2. TikTok è il loro social, gli altri seguono - È sbagliato identificare i social con le generazioni, ma - per semplificare - io lo faccio lo stesso. TikTok sta ai Centennials, come Instagram sta ai Millennials, X ex Twitter sta ai Generation X (Elon Musk è di quella classe, non a caso) e Facebook sta ai Boomer. Questi ultimi pensano - erroneamente - che TikTok siano solo stupidi balletti, i Gen Z reputano FB - giustamente - roba da vecchi. Mi spiega Claudia: “TikTok non ha rivali, per i seguenti motivi: ottima UX (user experience) che per noi nativi digitali è la priorità assoluta; navigazione immersiva (full screen, volume sempre attivo, modalità di navigazione in swipe up); contenuti così vari che ce n’è per tutti, dalle lezioni di fisica di Vincenzo Schettini alla vendita di abiti usati di Vinted; fa esplodere l’estro creativo attraverso l’editing di video e contenuti dinamici, personalizzabili con testi, filtri, musica; ci connette con altri utenti con medesimi interessi, attraverso challenge, duetti, ecc. Un errore comune è quello di credere che l’utente di TikTok subisca passivamente i contenuti: non è vero, noi lo utilizziamo anche come motore di ricerca: per le vacanze, partiamo dalla query ‘itinerario + nome della destinazione’ e quello che scegliamo alla fine nasce da lì”. 3. “Cringe”, “snitchare”, “crush”, “shippare”, “bro”, “amo”: la neo-lingua dei Gen Z - Termini incomprensibili a chi abbia più di 25 anni, sono inglesismi/neologismi ormai diffusissimi tra i Gen Z, che li usano quotidianamente: oltre un terzo (36%) lo fa molto spesso, circa un quarto (23%) addirittura sempre, secondo Skuola.net, “sito educational #1 dedicato agli studenti di scuola e università”, che spiega: “La Generazione Z si identifica nel proprio gergo a tal punto che, tra chi è avvezzo a mixare italiano e slang, circa due su tre ammettono di usare le ‘nuove parole’ non solo quando si trovano con i propri coetanei, ma anche nelle situazioni più formali, ad esempio a scuola con i docenti, o al cospetto dei genitori. All’accusa di utilizzare troppi termini stranieri al posto di sinonimi italiani, la metà si difende dicendo che la ‘inglesizzazione’ del linguaggio rende il proprio modo di parlare più universale e un terzo ritiene ormai superato il tempo delle distinzioni. Lo slang si impara da amici e coetanei, tra i social svetta TikTok, ma un ruolo fondamentale lo giocano influencer, youtuber, streamer, creator, VIP in generale dello sport, dello spettacolo o del gaming”. Ecco le traduzioni: “Cringe”: come aggettivo significa “imbarazzante”, ma in un’accezione particolare, visto che è “cringe” ciò che suscita imbarazzo e al tempo stesso disagio in chi lo osserva. Per un adolescente potrebbe essere “cringe” vedere il proprio genitore che balla in pubblico una canzone trap. O anche solo sentirgli usare la parola “cringe” fuori contesto. “Cringe” è esploso grazie alla condivisione di video, immagini e meme, soprattutto su Instagram e TikTok (fonte: Treccani on line). “Snitchare” (dall’inglese “to snitch, fare la spia”) è usato quando si accusa qualcuno di aver “spifferato” all’autorità (magari un professore, un genitore, il capo al lavoro ecc.) cose che dovevano restare segrete. “Shippare” è una crasi del sostantivo ’inglese “relationship”, interpretato però nel senso di “vedere bene assieme due persone”, “immaginare che possano avere una relazione”, “attribuire un partner”. “Crush” ha un substrato violento (significa “schiacciare, stritolare, frantumare”) ma viene usato in connotazione molto più romantica, definendo chi ha la famosa “cotta” adolescenziale. Infine, “Bro” (diminutivo di “brother, fratello” nello slang degli afro-americani, soprattutto rapper e trapper) indica “amico stretto” e “Amo” (contrazione di “amore”) non è necessariamente il fidanzato/a, ma utilizzato soprattutto dalle ragazze nelle conversazioni con le migliori amiche. Basta così. Ora mi vado a comprare il Corriere della Sera in edicola e lo pago con le monetine. Più boomer di così si muore. Nell’immagine a corredo, 5 dei Gen Z più popolari al mondo (una in Italia)
Gartour, Destination Italia e Lady Turismo, tutta la storia (lunga e complicata)
Il progetto non assumeva la forma auspicata dai soci fondatori e a fine 2018 Dina Ravera (trascorsi in McKinsey e nelle telecomunicazioni) veniva nominata presidente; la società affrontava il duro periodo del Covid grazie a una ristrutturazione del capitale, a seguito della quale la Ravera riusciva a ereditare la maggioranza delle quote. Destination Italia virava allora decisamente verso la finanza: a ottobre 2021 approdava in Borsa, nel segmento FTSE Italia Growth, ex AIM Italia, indice composto da PMI ad alto potenziale di crescita. Tre anni dopo, superato l’impasse della pandemia e realizzata la fusione tra quotate con il Portale Sardegna, Destination Italia espone numeri positivi, elencati da Milano Finanza del 6.2024, che elegge panegiricamente Dina Ravera come Lady Turismo, dopo averla nominata - anni prima - Lady Telco. Ci limitiamo a riportare i dati pubblicati dal sito della Borsa Italiana: l’attuale assetto azionario vede un capitale flottante pari al 47,52%, i fondatori originali Intesa Sanpaolo SpA (come Banca dei Territori) al 3,34%, Lastminute.com N.V. al 13,07% e Marco Ficarra con lo 0,62%: tutti nel tempo diluiti nel capitale. Oggi l’azionista di controllo è la Lensed Star Srl di Dina Ravera (con Giulio Valiante co-amministratore delegato) al 35,45%. Partner in Destination Italia SpA sono quelli che la Ravera cita come “imprenditori innovativi”: Vitaliano Borromeo della famiglia proprietaria delle Isole Borromee sul Lago Maggiore, l’imprenditore del caffè Riccardo Illy e Federico Grom e Vittorio Martinetti, noti per aver fondato (e poi venduto a Unilever) i gelati GROM. Sempre sul sito di Borsa Italiana risulta che il risultato operativo / EBITDA sia negativo da sempre e che nel quinquennio 2019 / 2023 Destination Italia abbia perso qualcosa come 11,5 milioni di euro, perdita - si deduce - ripianata da diversi aumenti di capitale da parte dei soci, dalla quotazione del 2021, da operazioni finanziare e dall’azionista bancario. Secondo quanto pubblicato in un comunicato stampa dalla stessa società in vista della prossima assemblea per l’approvazione del bilancio, l’incremento del fatturato 2023 su 2022 - pari al 92%, ovvero oltre 50 milioni, in buona parte dovuto all’apporto di Portale Sardegna - avrebbe portato la società ad un EBITDA pressoché in pareggio, supportato da un incremento delle spese del personale solo del 52%, ma aprendo sedi all’estero (USA, Brasile, …) e reclutando esperti sul territorio per promuovere l’arrivo dei pronipoti degli italiani emigrati nei secoli passati. Secondo voci di corridoio, peraltro, Destination Italia sarebbe alla ricerca dell’ennesimo amministratore delegato, dopo le dimissioni di Ficarra, Gasperini e Pannozzo e l’attuale reggenza interna. Insomma, qualche luce, ma pure qualche ombra: in Italia turismo e finanza non vanno sempre d’accordo...
Aziende turistiche, cercate manager bravi? Dovete prima convincerli e poi accontentarli
Riparto da un’affermazione del Censis, che ho pubblicato l’anno scorso: “Non è il rifiuto del lavoro in sé, ma un declassamento del lavoro nella gerarchia dei valori personali”. Primo, il lavoro non è più in cima alle priorità dei giovani, Millennial e Gen Z. Adesso il mantra è “Work Life Balance”: il bilanciamento ottimale tra gli impegni legati al lavoro e quelli connessi alla vita personale, ovvero famiglia, tempo libero e salute. Se l’azienda che assume basa la trattativa solo su soldi e carriera, il candidato se ne fa un’idea “utilitaristica”: “Ah, siccome mi paghi pretendi che lavori tanto? Quindi in cambio di soldi vuoi la mia vita? Devo rinunciare al tempo in famiglia? Devo sbattermi per il tuo fatturato e imbottirmi di sigarette (vabbè, quelle elettroniche...) e caffè? Non ci penso proprio!”. Le aziende turistiche hanno capito che Work Life Balance conta più dei soldi?! Credo di no. Secondo, sono i manager a scegliere le aziende, non viceversa. Prima era diverso: quando la domanda di lavoro superava l’offerta, per ogni posizione c’erano dieci candidati e trovare quello giusto era facile. Oggi che i manager bravi sono meno delle aziende che li cercano, possono permettersi di essere “choosy”, cioè schizzinosi. Se la sede è scomoda da raggiungere, se il ruolo ricercato è indefinito (ormai sono tutti manager, anche quelli che stampano i documenti di viaggio), se al colloquio l’intervistatore fa l’antipatico: in questi casi, il candidato prende e se ne va da un’altra parte, O resta dov’è. Le aziende turistiche hanno capito che quando cercano posizioni come revenue manager, F&B manager e contract manager (oggi, in assoluto le più difficili da trovare sul mercato) devono “vendersi” bene ai candidati?! Credo di no. Terzo e ultimo, i prescelti vanno accontentati, in ogni modo. Tale la fatica di trovarli, che alla fine qualche concessione in più va fatta. E non si tratta di soldi, ma di orario di lavoro flessibile, congedo parentale, welfare mirato, ferie concesse quando fa comodo al dipendente e non all’azienda. Di trasferte dove si può mettere in nota spese un pranzo in buon ristorante, per un nuovo cliente. O fare un viaggio di lavoro in aereo, anziché risparmiare e sobbarcarsi 700 km in auto, in due giorni. E infine - punctum dolens - lo smart working. Le aziende turistiche han capito che se non concedono almeno uno (meglio due) giorni di lavoro da casa, a chi ovviamente può farlo, dipendenti Millennials e Gen Z non li trovano più?! Credo di no. Colloquio effettivamente avvenuto. Il sottoscritto alla candidata sales manager: “Allora, l’azienda ha scelto Lei: è contenta, vero?”. La candidata: “Mah, ho letto in una chat che uno dei capi ha fatto una scenata a una stagista che aveva fatto un errore...”. Il sottoscritto: “Ah sì?! Non lo sapevo...”. La candidata: “Sul sito affermano che non fanno discriminazioni, donne e uomini hanno la stesse possibilità di carriera: eppure io finora ho fatto tre colloqui, tutti con uomini”. Il sottoscritto: “Ha ragione, ma ci sono tante donne nel middle management...”. La candidata: “Ho dato un’occhiata al bilancio della società, l’anno scorso hanno chiuso in perdita. A me hanno detto che quest’anno fanno più 30%: difficile, non crede?”. Il sottoscritto non replica. Immaginate come sia andata a finire?
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