Volete sperimentare il vero overtourism? Andate a Marrakech e lo scoprirete
Ho recentemente avuto modo di visitare le quattro Città Imperiali del Marocco: la capitale Rabat, l’antica Fès, la fortificata Meknès e la rutilante Marrakech. Non c’ero mai stato, eppure trent’anni fa in Alpitour il tour delle Città Imperiali, rigorosamente in autopullman e senza aria condizionata, era già uno dei più venduti. Grazie anche a incursioni cinematografiche come Marrakech Express di Salvatores (1989) o Il tè nel deserto di Bertolucci (1990). Divagazione: quest’ultimo è rimasto famoso per il colloquio tra i tre protagonisti: “Kit: Noi non siamo turisti, siamo viaggiatori - Tunner: E che differenza c’è? - Port: Un turista è quello che pensa al ritorno a casa fin dal momento che arriva… - Kit: … Laddove un viaggiatore può anche non tornare affatto”. Trascorsi più di trent’anni, a Marrakech (che del Marocco è la destinazione più gettonata) si arriva con un volo di tre ore da Roma, in un aeroporto da 8 milioni di passeggeri nel 2023 e sul quale Ryanair oggi (solo oggi, 13 giugno 2023) opera 17 voli diretti da tutta Europa (5 dall’Italia). Dove finiscono gli oltre 3.000 passeggeri (185 x 17, più o meno) appena sbarcati al Menara Airport? Facile, nella Medina di Marrakech. E qui torniamo all’overtourism di cui sopra. Ecco cosa ho visto coi miei occhi: 1. La calca – soprattutto nelle ore di punta – è impressionante. Tanta gente così mi era capitato di vederla solo a New Dehli (28,5 milioni di abitanti) o a Hong Kong (7 milioni). In certi momenti, i due flussi di chi va e chi viene tendono letteralmente a scontrarsi. Vince chi è più massiccio. 2. Le guide sono centinaia e parlano tutte le lingue. Sebbene quasi tutte mostrino un badge (però scritto in arabo e appeso di sghembo, quindi chissà quanto affidabile…) se ne incontrano a ogni angolo di strada, in ogni moschea, in ogni palazzo. L’impressione è quella di una babele, anche perché quando il gruppo è numeroso, capita di essere troppo distanti dalla guida parlante la propria lingua, e ci si deve accontentare di quella accanto. Che ovviamente ne parla un’altra. 3. Mangiare, fare shopping e soprattutto selfie a manetta. In una città che è Patrimonio dell’Unesco dal 1985, grazie a una Medina assolutamente unica, ci si attenderebbe un atteggiamento adeguato. Come dire, rispettoso del luogo. Invece, esaurito il debito culturale con la frettolosa spiegazione della guida, il “consumo” turistico è quello di sempre, a Roma come ad Amsterdam: fare shopping, mangiare e bere, ma - soprattutto - selfie a manetta. Come non ci fosse un domani. 4. I motorini sfrecciano dappertutto, senza limiti. Il souk, cioè il mercato, è notoriamente accolto in ambienti stretti, invasi dalle merci da un lato e dai turisti in mezzo. Lo spazio, anzi, il corridoio che un motorino può ricavarsi è quindi ristretto, soprattutto se il conducente (e il passeggero, spesso sono in due) va di corsa e annuncia il suo arrivo a forza di clacson. Evitare di essere falciati, a volte, è questione di centimetri. 5. Piazza Jemaa el Fna merita da sola il viaggio. Non a caso l’Unesco l’ha nominata “patrimonio immateriale dell’umanità”, probabilmente l’attrazione più famosa dell’intero Marocco. Incantatori di serpenti e danzatori, addestratori di scimmiette e tatuatrici all’henné, cantastorie e addirittura cavadenti: ci sono ancora tutti, in quantità e a tutte le ore del giorno. Il vero spirito del Marocco, come afferma il grande scrittore marocchino (ma emigrato in Francia) Tahar Ben Jelloun, è ancora lì. Nonostante selfie e motorini.
Estate 2023: con o senza la Venere influencer, ecco perché l’Italia sarà invasa dai turisti stranieri
In più, se il turismo inbound (“la clientela residente all’estero”, come la indica ISTAT, che poi sarebbe il nostro incoming) era sceso al 48,6% nel 2022, rispetto al 51,4% degli italiani, nel 2023 gli stranieri torneranno essere più numerosi degli italiani. Come nel 2019, quando ci fu il sorpasso: 50,5% contro il 49,5% domestico. Ancora, ISTAT certifica che l’Italia si colloca al secondo posto tra i paesi dell’Ue, seconda solo alla Spagna, per numero di presenze straniere. E infine solo la Spagna riceve più stranieri di noi, in percentuale, mentre Francia e Germania arrancano molto dietro. Annoiati da questo pistolotto statistico? Mal ve ne incolse, perché se ne traggono due conclusioni. Il Bel Paese sarà letteralmente invaso da torme di turisti stranieri, questo e negli anni a venire. Secondo, col risibile budget da 9 milioni di euro (4 per il web, profilo Instagram venereitalia23 e www.italia.it; 5 per la promozione in aeroporti e stazioni nel mondo) l’impatto che la Venere influencer avrà sui numeri di cui sopra è semplicemente nullo. Riporto cinque delle innumerevoli ragioni per le quali l’Italia sarà invasa dagli stranieri (e se lo merita): 1. L’Italia è in cima alla lista dei desideri di 8 miliardi di terrestri. La campagna della Venere sarà declinata in Usa, Centro e Sud America, Cina e India, Sud-Est Asiatico e Australia, ovvero nelle aree che alimentano maggiormente il nostro incoming. Stanno lì coloro che non vedono l’ora di tornare a viaggiare in Europa, e quindi in Italia. Cinesi in primis, ma vale per tutti. Overtourism: quello è il problema. 2. Siamo uno dei Paesi più sicuri al mondo. ISTAT e Censis lo certificano da anni, a dispetto di media e social (che alimentano la sensazione opposta). Tutti i reati contro la persona sono in calo; a parte i dintorni delle stazioni ferroviarie (purtroppo) i centri storici di Firenze e Roma, Venezia e Milano sono frequentabili senza particolare apprensione. Se poi vai in giro con un Rolex da 20.000 euro e te lo strappano a forza, peggio per te. 3. Abbiamo imparato a gestire gli eventi epocali. Ne cito solo due, entrambi a Roma. A settembre la più importante manifestazione golfistica al mondo, la Ryder Cup, accoglierà 300mila spettatori, con una media di circa 50mila ingressi quotidiani al Marco Simone Golf Club. Il golf ha l’indotto più alto spendente di tutti gli sport non professionistici. La Santa Sede ha appena presentato il Giubileo 2025, con l’inno ufficiale e il sito dedicato www.iubilaeuum2025.va: attesi 32 milioni di pellegrini. Inevitabili sprechi e polemiche, ma Roma sarà per un anno il centro del mondo, per un miliardo e 400 milioni di cattolici. Infine, Roma si candida a Expo Universale 2030: la lezione di Expo 2015, che ha rivoluzionato Milano, è servita. 4. Viaggiare e dormire, mangiare e bere costa poco. Un Roma-Milano, con Italo, si trova a € 19.90, se acquistato con un mese di anticipo. Un Londra Edimburgo in treno, sempre un mese prima, stessa distanza, parte da 85 sterline. Da noi il caffè al bar costa ancora € 1 (magari in centro € 1,20). Da Starbucks - anche a Milano, non a Seattle - un double costa € 2,80. La schiacciata ripiena (“Bada come la fuma!” della star dei social Tommy Mazzanti) all’Antico Vinaio di Milano costa 7 euro (15 a New York, stesso brand stessi ingredienti). Sempre a New York, il pastrami sandwich da Kat’s Delicatessen (recensito dall’influencer da un milione di follower Nicolò Balini) costa 22 dollari. Roma e Firenze hanno più attrattive di Londra e Hong Kong, e costano la metà. 5. Accogliamo gli ospiti con calore e simpatia. In generale, e salvo rare eccezioni. Avete mai provato a prendere un taxi a Manhattan?
Anche nel lusso si fa fatica a trovare personale alberghiero di qualità, ecco perché
Partecipo alla Luxury Hospitality Conference 2022, organizzata dalla Teamwork di Rimini, e scopro che il problema del personale ce l’hanno anche gli hotel a 5 stelle. Ma come?! Quelli che contribuiscono a generare i 21 miliardi di euro del turismo di alta gamma in Italia?! Quelli che si considerano tali (cioè di vero lusso) quando quotano una notte da € 1.000/1.200 in su?! Quelli che ne aprono 60 (sessanta, fonte Giorgio Ribaudo di Thrends) in Italia, solo nel 2022/2023?! Ebbene sì, anche gli hotel pluristellati hanno avuto - e avranno - problemi di personale. Anche se ovviamente i front-office parlano quattro lingue, i sous chef puntano a diventare chef stellati e la governante ha studiato in Svizzera. Perché giovani che vogliano occupare questi ruoli, sebbene vengano pagati bene (molto meglio dei loro colleghi che lavorano nei non-stellati), non si trovano lo stesso. Perché? Prendiamo spunto dalle affermazioni di chi quel personale lo dirige. E lo cerca senza sosta. 1. “Se fai lusso per i clienti, non puoi fare cheap per lo staff” - Antonello Dè Medici, group director of operations Rocco Forte Hotels Parole sante, quelle di Dé Medici (non a caso, 20 anni di lavoro all’estero): se vuoi che il tuo personale renda il massimo, devi rendergli la vita - fuori dal lavoro - più gradevole possibile. Ai miei tempi lo staff dei villaggi dormiva in camere con 4 letti a castello, o in camerate stile Full Metal Jacket. Gli sportivi la doccia se la facevano in spiaggia. Alcuni dormivano nelle dependance del villaggio, ovvero strutture spartane senza aria condizionata, ma almeno per conto loro. Ovvio che ti aspetti che il personale che si occupa di ospiti da qualche migliaio di euro al giorno abbia sistemazioni rispettose delle esigenze di chi lavora dal mattino alla sera, 6 giorni su 7. Invece mi riferiscono dell’architetto milanese che - presentato un mega progetto luxury con piscine, spa e ogni ben di dio - alla domanda del committente: “D’accordo, tutto bello, ma lo staff dove dorme?” ha risposto: “Caspita, non ci avevo pensato... E se affittassimo qualche container? Li arredo io!” 2. “Se prima eravamo noi a scegliere, ora siamo a essere scelti dai giovani collaboratori. Come fanno i nostri clienti” - Giuseppe Vincelli, general manager IHG InterContinental Carlton Cannes Questa è veramente una novità, frutto dei tempi e delle nuove generazioni. Venti o trent’anni fa, chi avrebbe avuto dubbi nell’accettare un posto di lavoro al Danieli di Venezia, allo Splendido di Portofino o al Le Sirenuse di Positano?! Oggi invece, raccontano i direttori, i giovani sottopongono gli hotel di lusso a una sorta di valutazione, dove peraltro gli elementi “hard” (stipendio, in primo luogo) sono succedanei di quelli “soft” (ruolo attraente, possibilità di crescita, ambiente sensibile all’innovazione e al contributo delle risorse appena arrivate...). Quindi, stare bene con se stessi e con chi lavora intorno al giovane appena assunto vale più del denaro e degli scatti di carriera. Anche perché prima chi entrava da front office junior aspirava a diventare direttore di quello stesso hotel; oggi - per chi punti in alto - cambiare più e più volte è una strada obbligata, non una scelta. E non tutti sono disposti. 3. “Io mi sento al servizio dei miei collaboratori, io vivo per loro, anticipo i loro bisogni” - Antonello Dè Medici, group director of operations Rocco Forte Hotels Dè Medici si è procurato un sincero applauso di (quasi tutta) la platea, alla Luxury Hospitality Conference, ma meritava una standing ovation. Mai (ripeto, mai) nei miei 35 anni di carriera nel settore avevo ascoltato un’affermazione così netta, da parte di un manager di vertice di una catena alberghiera. Quella stessa frase, però, l’abbiamo tutti sentita centinaia di volte: basta sostituire una parola, una sola, “clienti” al posto di “collaboratori”. “Sempre al servizio dei propri clienti” “Il cliente è re” e - vertice della stupidità - “Il cliente ha sempre ragione”. Tutta fuffa markettara, propinata a caro prezzo a proprietari e gestori di alberghi, da Philip Kotler in poi. Ecco perché De Medici è rivoluzionario e ha mostrato che il re è nudo. Tradotto: “Colleghi, sveglia! Ai nostri collaboratori, preziosi e rari, bisogna voler bene e soddisfare i loro bisogni, altro che trattarli - male - come siamo abituati a fare da sempre!”. Un aiutino, per direttori e manager che nella sussiegosa platea della Luxury Conference milanese, si facevano due conti e guardavano Dè Medici con sospetto? Il ricavo medio per camera (fonte Blastness) di un luxury hotel italiano, dal 2019 a oggi, è cresciuto del 35%. Ho detto trentacinque per cento, non 3 virgola cinque. Vuol dire passare da € 175 a € 236 per camera, in due anni (la pandemia non conta). Che dite? Qualche soldino per pagare i giovani si trova?
Cosa succede a leggere il turismo in chiave geopolitica, dall’Ucraina al Messico
Le seguenti affermazioni sono quindi opinabili, ma fondate: - l’Europa non è più - dal crollo dell’Impero Britannico e dalla fine della seconda guerra mondiale - il centro del mondo, primato che aveva detenuto per due millenni - gli USA sono stati la potenza dominante della seconda metà del XX secolo, hanno vinto la Guerra Fredda e quindi - con il crollo del Muro di Berlino - ricacciato la minaccia comunista dell’URSS - al posto della Fine della Storia (preconizzata da Francis Fukuyama) la globalizzazione ha prodotto un nuovo competitor per il primato USA: la Cina, grazie a Deng Xiaoping e del suo “Arricchitevi!”, che dal 1979 l’avrebbe trasformata nella fabbrica del mondo - l’Ucraina non sarà il detonatore della terza guerra mondiale perché l’Europa non è più strategica e perché il confronto tra USA e Cina si gioca sul Pacifico, ovvero dall’altra parte del globo - se a far degenerare il conflitto sarà Taiwan, ci vorranno almeno altri due anni, visto che Joe Biden e Xi Jinping (Bali, novembre 2022) hanno concordato di non usare armi nucleari, né in Ucraina né altrove, e si sono lasciati con una stretta di mano. Incombe però la “trappola di Tucidide”: il grande storico attribuiva lo scoppio della guerra fra Atene e Sparta, nel V secolo avanti Cristo, alla crescita della potenza ateniese, e alla paura che tale crescita ingenerò nella rivale Sparta. Anche oggi viviamo una fase storica nella quale una potenza a lungo dominante (gli Stati Uniti) deve fronteggiare una potenza emergente (la Cina), quindi Sparta (ovvero gli USA) potrebbe davvero scatenare il conflitto contro Atene (la Cina)? Venticinque secoli fa finì non bene per entrambi... Tenuto conto di quanto sopra, ecco cosa succede ad alcuni Stati/destinazioni turistiche nel mondo: - se Ucraina, Russia e Bielorussia sono ovviamente da evitare come il fuoco, tutta l’Europa dell’Est (l’ex Patto di Varsavia, per semplificare) risulta ben poco attrattiva; col tragico terremoto, anche la Turchia affronterà mesi difficili - nel Mediterraneo, la Libia è nel caos e i Paesi del Maghreb (Tunisia in primis) sempre sull’orlo di qualcosa... - in Medio Oriente, Iran, Iraq e Afghanistan sono mete solo per i coraggiosi (o per gli incoscienti) - in Estremo Oriente, Taiwan non è una destinazione turistica e Hong Kong non lo è più come prima; la Cina ha riaperto al turismo ma - causa Covid - non è in cima ai pensieri di noi europei; la situazione in Myanmar (ex Birmania) è tragica e anche l’India, della quale si parla poco, non vive il suo periodo più sereno - in Africa, il Sahel (ovvero la fascia di territorio subsahariano che va dall’Oceano Atlantico a ovest fino al Mar Rosso a est e al Corno d’Africa) è una polveriera - nel continente americano, il Messico è alle prese con narcotraffico e clandestini ed è ormai uno dei Paesi più pericolosi al mondo; del Brasile abbiamo visto tutti le immagini di Brasilia. Lo scenario è questo, quindi chiudiamo con le parole del prof. Alessandro Politi, direttore di NATO Defense College Foundation (che ha dettato molti degli assunti citati): “Il mondo è uno solo, non c’è ricambio, dovremmo collaborare tutti per salvarlo".
Estate 2022: il turista medio è più stupido che in passato? Pare di sì, ecco le prove
Premessa. Le ferie di massa nascono nel secondo dopoguerra, frutto del benessere diffuso dopo gli anni bui del conflitto. Nella nostra memoria collettiva rimangono tre pietre miliari, film che tutti abbiamo visto chissà quante volte: “Vacanze romane” del 1953, con Gregory Peck e una deliziosa Audrey Hepburn, che scorrazzano in Vespa in una Roma senza traffico; “Il sorpasso” del 1962, capolavoro di Dino Risi, con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, quando la villeggiatura durava due mesi e i romani benestanti si trasferivano a Castiglioncello; “Sapore di mare” del 1983, però ambientato nella Versilia del 1964, dove la tesi degli autori, i fratelli Vanzina, era semplice: “Eh, come si stava bene allora!”. Ed era solo il 1983, non sapevano quello che sarebbe successo dopo. Si dice che in vacanza venga fuori il meglio e il peggio di noi stessi. Ora mi chiedo: gli italiani in vacanza, negli anni ’50 e ’60, erano stupidi? No, erano ingenui e arruffoni, sempliciotti e confusionari, ma non stupidi. Erano ignoranti? Un po’, ma se ne vergognavano e, tornati a casa, volevano che i figli studiassero. Oggi, gli italiani in vacanza sono stupidi? Sì, più di prima. Sono ignoranti? Meno di sessant’anni fa, ma l’ignoranza è diventata un vanto, non una vergogna. Tre casi a sostegno della mia tesi, tutti passati agli onori della cronaca: 1. La stupidità di morire per un telefonino. Andrea Mazzetto era un bravo ragazzo rodigino di 30 anni, il 20 agosto in escursione sull’Altopiano di Asiago, con la fidanzata. Ovvio che la coppia pubblichi delle Stories su Instagram, ovvio che per farlo si facciano del selfie. Il Gazzettino pubblica anche l’ultimo, quello immediatamente precedente il volo mortale di 100 metri, nel vuoto, che Andrea fa nel tentativo di recuperare il telefonino. Che gli era sfuggito di mano. 2. La stupidità di chi cerca lo sballo. Il titolo del Corriere dice tutto: “A Lloret de Mar, tra gare di sesso, droghe low-cost e niente regole: «Qui ci sfasciamo»”, devastante reportage del 22 agosto sulla mecca delle vacanze ultra low-cost, dal quale estrapoliamo solo due passaggi: “Qui possiamo sfasciarci. Ti fanno fare tutto. La gente non è come in Italia, che si stanca e chiama i carabinieri. La gente è tollerante. Se uno si ingegna, e becca in anticipo il volo low-cost al minimo, se salta i pranzi, con cento euro ti fai un bel po’ di giorni di vacanza”. Al racconto del cronista “A Lloret de Mar, qualora le condizioni lo permettano, gli abitanti d’estate spariscono. Se gli alberghi son pieni, li sostituisce il mercato immobiliare. Ci danno notizia di affitti di cantine e posti-letto in terrazza (su sdraio o stesi sul pavimento)” aggiungiamo soltanto che - se la Spagna è al secondo posto al mondo, per arrivi internazionali, e l’Italia al quinto, dal primo detenuto ai tempi di Vacanze romane - lo deve anche a luoghi infernali come Lloret de Mar. 3. La stupidità di chi vive di apparenze sui social. “Ma certe persone non si so’ rotte le palle di pubblicare quello che mangiano, mentre ballano abbracciati e poi si odiano, le panoramiche nelle discoteche tutte uguali, i tuffi dai motoscafi di lusso comprati facendo i buffi? Ma possibile essere diventati così cafoni?”. Chi è l’autore di questa intemerata romanesca, alla Catone il Censore? Un insospettabile Christian De Sica, il "re dei cinepanettoni" su Instagram (e dove se no?!) a Ferragosto. Rimbeccato (chi l’avrebbe detto?!) dall’Enrico Vanzina di “Sapore di mare”: “Io sono d'accordo con Christian se lui si riferisce alla fiera della vanità su tette, lati B, muscoli fotopostati per far rosicare gli amici. Su questo ha perfettamente ragione. Ma è anche vero che non c'è solo questo, perché se si mettono sui social contenuti alti, la risposta è straordinaria. Se stimolata bene, l'Italia è migliore”. Ecco, chiudiamo con questa professione di fede, l’Italia è migliore. Bella lì
|














