CHI E' ROBERTO GENTILE

rgentile sett21

L'EDITORIALE DI ROBERTO GENTILE

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T.O. DEL MESE

BOTTA & RISPOSTA

IPSE DIXIT

whatsup382 qSeleziono quadri e dirigenti per le aziende turistiche: mai come quest’anno mi son trovato in difficoltà nel trovare manager seri, preparati e soprattutto motivati. Ruoli e retribuzioni che - solo qualche anno fa - avrebbero attratto candidati a frotte, quest’anno ne hanno attirati poche decine. Quelli bravi si trovano, certo, ma meno che in passato.

Della difficoltà di reperire profili intermedi, tipo assistenti di volo o banconisti, ho già scritto. La questione investe tutti i livelli, dal più basso al più alto, ma anche tutti i settori, non solo il turismo. Mi spiego.

Il Censis, meritorio istituto di ricerca socio-economica fondato da Giuseppe De Rita e diretto da Massimiliano Valerii, ha appena pubblicato il “57^ Rapporto sulla situazione sociale del Paese”. Quello citato in tutti i tiggì perché definisce “sonnambuli” gli italiani del 2023, ovvero ciechi dinanzi ai presagi, insensibili all’impatto dirompente che alcuni processi socio-economici largamente prevedibili (denatalità e invecchiamento, per dirne due) avranno sulla nostra società. Per approfondire, basta cliccare qui, è tutto (meritoriamente) gratis.

Ma qui ci occupiamo di lavoro, quindi il capitolo che c’interessa è quello intitolato “Il tempo dei desideri minori”: “È il tempo dei desideri minori: non più uno stile di vita all’insegna della corsa irrefrenabile verso maggiori consumi come sentiero prediletto per conquistarsi l’agiatezza, ma una più pacata ricerca nel quotidiano di piaceri consolatori per garantirsi uno spicchio di benessere - magari temporaneo e reversibile - in un mondo ostile. Il 74,8% dei lavoratori oggi dichiara esplicitamente di non avere voglia di lavorare di più per poter consumare di più, e non ha intenzione di farsi guidare come in passato dal consumismo. Il lavoro sembra aver perso il suo significato più profondo, come riferimento identitario, perno centrale della vita, misura del successo personale e dell’affermazione sociale, oltre che mezzo di gratificazione economica. Per l’87,3% degli occupati mettere il lavoro al centro della vita è un errore e un plebiscitario 94,7% rivaluta la felicità derivante dalle piccole cose di ogni giorno, il tempo libero, gli hobby, le passioni personali”.

Esempio reale, un mio colloquio di selezione: propongo a una manager 35enne (un talento, come li chiamiamo noi) di cambiare azienda e le prometto più soldi, più benefit, più bonus, più possibilità di carriera. In cambio, le comunico che dovrà abituarsi a una multinazionale (viene da un’impresa familiare), dovrà viaggiare di più, passerà più tempo all’estero che in Italia. Tutte cose scontate, quando si cresce di ruolo. La candidata mi guarda perplessa, ma io sono già pronto a incrementare la RAL, ad aumentare i bonus, a darle una berlina anziché una familiare, come auto aziendale. Nulla di tutto questo. Mi chiede quanto tempo dovrà passare lontano da casa, quanti giorni di smart-working al mese sono previsti, se le conference-call sono adottate come sistema per limitare le trasferte, se il welfare prevede corsi di lingua per le figlie e abbonamenti a circoli sportivi per il marito. Di soldi non si parla proprio. Le mie risposte non la convincono, se dopo un paio di giorni mi dice che preferisce rimanere dove sta.

Potrei farne altri di esempi, anche per ruoli di staff, dove le mie proposte - ovvero, delle aziende che mi hanno incaricato - vengono rifiutate (anche) perché la sede dell’azienda è dall’altra parte della città; (anche) perché andare in ufficio quattro giorni su cinque, e non due, è troppo; (anche) perché in famiglia c’è un bimbo piccolo, entrambi i genitori lavorano, e quindi lui (il candidato) non può stare troppo fuori casa. In tutti questi casi, l’aspetto economico è secondario.

Conclusioni, valide per tutti, non solo Millennials e Gen Z (altro errore comune). Causa pandemia e guerre, in un mondo considerato ostile, questo è il “tempo dei desideri minori”, della ricerca di felicità derivante dalle piccole cose di ogni giorno, della rinuncia a guadagnare di più per consumare di più. “Non è il rifiuto del lavoro in sé” sancisce il Censis “Ma un declassamento del lavoro nella gerarchia dei valori personali”.

Ai miei tempi, fare carriera, guadagnare di più, potersi permettere auto e casa erano i parametri coi quali ci si misurava col mondo. Oggi, non più. Avevamo torto noi?

 

whatsup372 qA Ostia ombrellone e lettino costano 50 euro, in Salento parcheggiare l’auto (abusivamente) costa 10 euro, a Como dividere un toast a metà costa 2 euro. “Prezzi impazziti”. “Crollo delle presenze di agosto in Sardegna”. “Il Governo intervenga”. Questi i titoli agostani dei giornaloni.

Ebbene, io affermo che pagare un sacco di soldi per ombrellone, spritz e fritto di mare è cosa buona e giusta. E provo a dimostrarlo.

Premessa teorica. “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale”. È sulla celeberrima affermazione tratta da “La Ricchezza delle Nazioni” dell’economista e filosofo scozzese Adam Smith (1723-1790) che si fonda la teoria liberista, secondo la quale un ordine economico può realizzarsi soltanto attraverso il libero svolgimento di attività individuali. In un libero mercato, la quantità richiesta di un bene (ovvero la Domanda) è inversamente proporzionale al prezzo del bene stesso: più alto è il prezzo (quindi l’Offerta), minore sarà la quantità richiesta. Riportato ai giorni nostri, se Marisa Melpignano, titolare della Masseria San Domenico a Fasano (che ha ospitato Madonna, Beckham e Chiara Ferragni) dichiara a “la Repubblica”:“Noi non abbiamo registrato alcun calo, la stagione sta andando bene” e vende una suite a 3.000 euro a notte, significa che Adam Smith aveva ragione.

Ad avere torto - sempre a mio parere, ovviamente - sono le anime belle che si scandalizzano e scrivono amenità del genere: “Quello che fa arrabbiare del turismo nostrano è la masochistica resistenza al cambiamento: non miglioriamo quasi niente, l’offerta è sempre la stessa, ci facciamo dei gran sogni sugli allori, tranne stressare oltre ogni limite la leva dei prezzi”. Cito la fonte: Fulvio Giuliani, prima pagina de “la Ragione” del 5 agosto 2023. Sarei curioso che il giornalista ci spiegasse quale sia “il limite dei prezzi da non stressare”: per una pizza, ad esempio. Al taglio da 5 euro, la Crazy Pizza di Briatore da 32 euro o quella gourmet con l’oro a 24 carati da 99 euro? È il mercato, signora mia.

1. La qualità si paga. “Chi decide di soggiornare da noi richiede e ottiene un servizio particolare. È esigente e la qualità premia sempre” sottolinea la signora Melpignano “Se un ristoratore chiede cifre sproporzionate, però mettendo in tavola tovaglioli di carta e cibo non di qualità, non ci stupiamo che gli ospiti rimangano a cena da noi, visto che a tavola trovano tovaglioli di lino e vengono serviti da personale che conosce le lingue”. Lo scandalo è mangiare spaghetti allo scoglio scotti e serviti da camerieri scortesi, a prescindere dal prezzo.

2. La comodità si paga. Testimonianza personale. L’ex premier Mario Draghi ha casa a Lavinio, costa tirrenica a sud di Roma, e scende in spiaggia alle 6.30 del mattino, per godersi il mare in solitudine. Il suo stabilimento affitta ombrellone e due lettini, ad agosto, a 30 euro. Per uno spuntino bastano 15 euro e il caffè costa poco più di 1 euro. A 200 metri di distanza si trova la spiaggia libera: ben tenuta, comoda da raggiungere, non costa nulla; e il bagno si fa esattamente nello stesso punto mare dove si tuffa Super Mario.

3. Le spese (pregresse) si pagano. Stabilimenti balneari e pizzerie, come fornai e negozianti, come aeroporti e compagnie aeree, sono reduci dal peggior biennio della storia moderna. Nel 2020/2022 non c’è stata solo una crisi, ma un’ecatombe, che ha causato danni incalcolabili, soprattutto a chi ha tenuto duro. A chi ha (spesso, non sempre) rimesso del suo e paga coi guadagni di oggi i debiti contratti ai tempi del Covid. La focaccia di Recco a 30 euro al chilo è più cara di quella del discount, ma la signora Pina che te la serve è lì da trent’anni, e speriamo che dio la mantenga in salute.

4. L’Italia è lusso, quindi si paga. Ho recentemente visitato il Museo Gucci (si chiama Gucci Garden) in Piazza della Signoria, a Firenze: magnifica la storia di un’impresa creata da un fiorentino, che ha appena compiuto 100 anni e detiene uno dei brand più amati al mondo. Nello shop, una giacca da donna in cotone costa 2.700 euro. Stesso modello, stesso cotone (ovviamente senza quel taglio e senza l’iconico monogramma con la doppia G) costa on line, da H&M, € 59.99. Ecco, l’Italia (non tutta, ovviamente) è come Gucci, si paga la qualità e pure il marchio, cioè la storia e la cultura del nostro Paese. A Saranda, costa albanese a sud di Tirana, ombrellone e lettino si trovano ancora a 10/15 euro e una birra a 5. Prezzi da fast-fashion.

 

whatsup374 qParagonare turismo e pallone è meno azzardato di quanto sembri. Basta ragionarci un minuto e appare evidente quante cose abbiano in comune. Ecco un elenco, certo non esaustivo.

1. Dimensioni globali, senza limiti geografici o culturali. Il calcio è di gran lunga lo sport più popolare e praticato al mondo: si stima che abbia tra i 3,5 e i 4 miliardi di appassionati. È giocato in tutto il globo, specialmente in Europa (dove è nato), in Asia e in Africa, in Centro e Sud America: in Nord America (dove dominano altri sport di squadra come football, baseball, basket e hockey) il “soccer” al femminile è molto popolare e seguito dai media. Secondo le stime dell’UNWTO, nel 2023 gli arrivi dei turisti internazionali potrebbero raggiungere tra l’85% e il 95% dei livelli pre-pandemici, quando toccarono la cifra record di 1,5 miliardi. Ricordo che la popolazione mondiale ha superato gli 8 miliardi meno di un anno fa, quindi metà di noi terrestri guarda/gioca a pallone e 1/5 passa almeno una notte fuori casa, nel corso dell’anno. Un elemento positivo, e mai considerato nella sua imponente misura: pallone e turismo non hanno - salvo rare eccezioni - alcun limite culturale o religioso, geografico o sociale. È un unicum.

2. Chi ha i soldi conta, ma non sempre vince. È nota l’esorbitante massa di denaro che gli sceicchi hanno riversato nel calcio europeo: un solo esempio, il Qatar Investment Authority ha investito 1 miliardo e mezzo di euro, dal 2011 a oggi (fonte: Transfermarkt) nel club francese Paris Saint-Germain: che ha dominato 9 campionati nazionali, su 12, ma non ha mai vinto la Coppa dei Campioni. Ora qatarini e sauditi stanno facendo incetta di giocatori e allenatori europei (ultimo, l’ex CT italiano Roberto Mancini, attratto da 90 milioni di euro per quattro anni) allo scopo di diventare il nuovo polo mondiale del calcio (che è un formidabile strumento di soft power, non dimentichiamolo). Gli stessi sauditi che - come riferisce Federico Rampini sul Corriere della Sera - hanno recentemente previsto, per bocca del ministro degli investimenti Khalid Al-Falih, 100 milioni di visitatori stranieri entro il 2030 (ne hanno ricevuti 8 milioni nel primo trimestre 2023, quindi gli manca un po’). Il turismo è uno dei business su cui punta la nuova Arabia, ma destinazioni e siti Unesco non si possono comprare, al contrario di calciatori e allenatori. Però il vicino esempio di Dubai dimostra che - se si hanno delle idee, oltre ai capitali - qualcosa si può fare.

3. Tifare contro, anzi, gufare: costa nulla ma serve a poco. “Gufare, nel linguaggio giovanile” significa, secondo la Treccani “essere causa di sfortuna, fare l'uccello di malaugurio, portare iella”. La pratica è talmente diffusa, nel calcio, da non meritare approfondimenti: i tifosi di Inter o Milan, Roma o Lazio, ne sono esperti, e poi tutti coalizzati contro la Juventus. Un gufo turistico l’abbiamo avuto anche noi, questa estate: il ministro della sanità tedesco Karl Lauterbach, in visita nella bollente Italia di luglio, si è guadagnato il titolo di Repubblica: “Qui il turismo non ha futuro. Usare le chiese come celle frigorifere”. I gufi interisti hanno contribuito a non fare vincere la Coppa dei Campioni alla Juventus?! Il gufo tedesco ha convinto i suoi connazionali a disertare le spiagge romagnole e a trasferirsi su quelle (ventose, anzichenò) del Mare del Nord?! Né l’uno né l’altro.

4. Lo sfavorito (anzi, l’underdog) è simpatico e piace a tutti. I boomer se li ricordano ancora: gli scudetti vinti dal Cagliari di Giggirriva e Manlio Scopigno, nel 1970, e dal Verona Hellas di “nanu” Galderisi e Osvaldo Bagnoli, nel 1985. Primo e unico campionato italiano vinto, per entrambe le squadre: tuttora - dopo quarant’anni e più - nell’immaginario collettivo dei calciofili, non solo cagliaritani o veronesi. Perché lo sfavorito (oggi si chiama “underdog”, ma sempre quello rimane) è simpatico a tutti e non dà fastidio. Un po’ quello che è successo all’Albania in questa pazza estate 2023: 10 milioni di arrivi internazionali (l’Emilia Romagna da sola ne fa di più), più 25% nel 2023 sul 2022, titoli sui giornali e servizi sui tiggì, a documentare quanti italiani ci siano andati e come si siano trovati bene (meglio che da noi, a detta loro). L’Albania non può non stare simpatica, con quello che ha vissuto negli ultimi ottanta anni, quindi va bene così. L’anno prossimo tiferemo anche per Montenegro e Macedonia del Nord.

 

whatsup373 qSarà perché il titolo era provocatorio (“È giusto che ombrelloni e lettini costino un botto!”) o perché delle vacanze (come del calcio, o del meteo) tutti parlano volentieri, ma il mio pezzo è stato molto letto e molto commentato, soprattutto da chi NON si occupa di turismo. Ne traggo quindi una insperata lezione di “sociologia vacanziera”: ecco i tre temi che fanno imbestialire gli italiani vacanzieri ad agosto.

1. No, il toast dimezzato a 2 euro no! Nella temperie di ricevute, fatture, conti scarabocchiati sulla carta del macellaio, che ha caratterizzato questa estate all’insegna degli aumenti, uno scontrino da 2 euro ha spaccato. Riassumo per i pochi che se lo siano perso (fonte, ANSA): “Due euro in più perché hanno chiesto di avere il toast tagliato a metà: è quanto accaduto a fine giugno in un bar a Gera Lario, nel Comasco”. “Eravamo in due e abbiamo chiesto un toast vegetariano, che al tavolo avremmo mangiato insieme. Abbiamo pagato un supplemento di 2 euro, incredibile ma vero..." denuncia il cliente, che ha postato la foto dello scontrino su TripAdvisor, scatenando ovviamente una shit-storm nei confronti del gestore del bar. Il quale ha timidamente replicato: “Se un cliente mi chiede di fare due porzioni di un toast devo usare due piattini, due tovaglioli e andare al tavolo impegnando due mani. È vero che il cliente ha sempre ragione, ma è altrettanto vero che le richieste supplementari hanno un costo”.

Perché questo episodio (e tanti altri simili) ha fatto così rumore? Perché la sensazione che hanno gli italiani in vacanza è che TUTTO sia aumentato: il caffè e la pizza, il fritto misto e l’aperitivo, il parcheggio e la camera d’albergo, la benzina e il mohito, ma soprattutto ombrellone e lettino (vedi punto 3.). Il che è vero, ma non nei termini scandalizzati di tanti leoni da tastiera: “Vergognatevi! Costa tutto il doppio dell’anno scorso!”. Lo certifica l’ISTAT, a luglio 2023: l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) si colloca al 6% su base annua (quindi l’inflazione, di pochino, ma si abbassa); contribuiscono a ciò l’incremento su base annua dei prezzi di acqua, elettricità e combustibili (+ 9%), di alimentari e bevande analcoliche (+ 10,7%), dei servizi ricettivi e di ristorazione (+8%), mentre calano di una unità i trasporti.

Ne consegue che un ristoratore o un albergatore che ha aumentato il suo listino del 10/15% è onesto; se l’incremento è del 30 o 40% è un truffatore. Però l’italiano medio crede di essere circondato da truffatori che attentano alle sue tasche, più che da onesti imprenditori che stanno sulle spese.

2. La mia esperienza vale per tutti e non la si contesta, punto! Quello che mi ha lasciato di stucco, in decine e decine di commenti, è che vengono fatte affermazioni tranchant (“Il turismo crolla!” “I prezzi sono aumentati del 50%!” e soprattutto “L’Albania è più bella della Puglia e costa la metà della metà!”) basandosi sull'esperienza personale, su ricordi ormai annebbiati, su titoli di giornali scorsi nel feed di FB. Se io volessi affermare che l’Albania ha avuto un boom epocale, magari prima andrei a vedermi qualche numero, dal quale desumerei facilmente che il numero di arrivi internazionali del Paese delle Aquile, in tutto il 2023, è stimato pari a 10 milioni (2,5 milioni in più del 2022), ovvero il doppio di quanto l’Emilia Romagna ha registrato nel primo semestre 2023 (solo l’Emilia Romagna, solo 6 mesi). E magari mi accorgerei anche che l’unico aeroporto internazionale dell’Albania è Tirana (l’Emilia Romagna ne ha 4).

Però l’italiano medio desume dal suo soggiorno in rifugio sul Gran Sasso che l’Abruzzo è più economico della Val d’Aosta, dal suo campeggio nel Cilento che in Sicilia avrebbe speso il triplo, dal suo aperitivo a Ladispoli che non si possono spendere 30 euro, per lo stesso spritz, a Punta Ala. Una parte per il tutto: si chiama sineddoche, e non è un aperitivo.

3. La categoria più odiata? I gestori degli stabilimenti balneari. Non c’è gara: non gli albergatori né i tassisti, non i ristoratori né i baristi e neanche i parcheggiatori abusivi. Bastano due delle decine di commenti ricevuti: “Le spiagge devono essere gestite dallo stato perché sono di tutti e i prezzi dovrebbero essere calmierati perché noi tutti paghiamo le tasse” e “Il gestore di una spiaggia non è un imprenditore privato! Sfrutta una risorsa pubblica, pagandola un prezzo irrisorio, per imporci un pizzo. Io non voglio lo stabilimento balneare! Lasciatemi la spiaggia libera, come all’estero e come da Costituzione!”. Glisso sull’articolo che i Padri Costituenti hanno dedicato alla sacralità del libero e democratico spiaggiamento dei cittadini italiani (se no qualcuno mi cita il “discorso del bagnasciuga” di un deprecato romagnolo), non entro nel merito dell’applicazione della direttiva Bolkestein e quindi mi limito a un’osservazione simil-sociologica.

Nell’arco di poche decine d’anni, siamo passati dalla villeggiatura (lusso per pochi fortunati) alla vacanza di massa, “aggravata” dal portato della pandemia. Tradotto: ci siano convinti del fatto di andare in vacanza (in Sicilia, non a Ladispoli) come diritto inalienabile e irrinunciabile, come una sorta di: “Ma io lavoro tanto, spendo tanto per fare la spesa e pagare le bollette, le MIE vacanze sono sacre e intoccabili!”. E siamo ancora più convinti che lo Stato dovrebbe in qualche modo garantircelo, questo diritto, ovviamente punendo i reprobi (gestori balneari in primis) e facendo in modo che le nostre vacanze costino un prezzo equo. Quale? Boh, a ognuno il suo. “Come l’araba fenice: Che vi sia, ciascun lo dice; Dove sia, nessun lo sa” declamava il Metastasio (che non gestiva uno stabilimento balneare né era socio del Twiga, per sua fortuna).

 

whatsup369 qC’era ancora la lira: ne sborsai la bellezza di 600.000, per volare da Linate a Fiumicino. Erano gli anni ’90, Alitalia aveva l’esclusiva e la tratta Roma-Milano era la più redditizia del suo network. Dura minga: prima le low-cost e poi l’alta velocità, hanno cancellato la rendita di posizione e Alitalia ha fatto una brutta fine anche per quello.

Oggi, per andare dalla capitale politica a quella economica c’è solo l’imbarazzo della scelta. Non consideriamo ITA Airways (che oggi 26 giugno opera 15 voli, da Linate a Fiumicino, nessuno da Malpensa) e l’auto propria (con la quale, con la nuova variante di valico, ci si mettono sei ore, traffico permettendo). Consideriamo due mezzi che solo quindici anni fa non esistevano: l’Alta Velocità ferroviaria e gli autobus. Mentre per l’AV i competitor sono solo due (il Frecciarossa di Trenitalia e Italo di NTV) sui pullman c’è più concorrenza, anche se gli attori più importanti sono ancora due: la tedesca FlixBus e l’italiana Itabusappena acquistata da Italo. Ho provato di persona entrambe e l’ho raccontato qui: Itabus nel 2021 e FlixBus nel 2016. Su Flixbus sono appena tornato e non ho trovato grandi differenze, rispetto a sette anni fa: era un servizio basic allora, è (ancora) più basic adesso.

Da pendolare Milano – Roma per lavoro, su tutti i mezzi a disposizione (mi manca BlaBlaCar, ma riparerò), ecco perché Alta Velocità e autobus sono meglio di aereo e auto.

1. Perché guidare è faticoso, noioso e costoso. Anche se hai il SUV e passi il tempo al telefono o su Zoom, quasi 600 km sono tanti. Prima o poi ti tocca accodarti al TIR che ne supera (arrancando) un altro. Poi ti tocca fare benzina e quindi ingozzarti in Autogrill con un Camogli da 8 euro. E infine il conto è salato: € 43 di pedaggio e non meno di € 60/70 per benzina/gasolio. Conviene solo se sei in compagnia.

2. Perché perdi (un sacco di) tempo in aeroporto, non in volo. Siamo sempre di corsa, quindi il tempo risparmiato per il viaggio è tutto tempo guadagnato per il business. Il volo Linate – Fiumicino dura 70 minuti, ma in aeroporto ti tocca andarci almeno un paio d’ore prima, in caso di code o imprevisti. Calcola una mezz’ora per arrivarci, anche se abiti a Milano e ci vai in auto, e un’altra mezz’ora per uscire, quando arrivi a Fiumicino. Fanno più di 4 ore, e non ho considerato che da Fiumicino tu debba andare in centro, e non a Ostia, che è a due passi.

3. Perché in treno puoi lavorare, e bene. Quando, ad aprile 2012, partecipai al viaggio inaugurale di Italo, il wi-fi c’era già ed era gratis: ma andava piano, si spegneva in galleria e sembrava una cosa talmente di lusso che prima o poi l’avrebbero fatta pagare (cara). Invece è arrivato il 4G e quindi l’always connected, e il wi-fi è rimasto incluso nel prezzo del biglietto. Tradotto, ti loghi in stazione e ti stacchi quando arrivi. A onor del vero, il wi-fi del Frecciarossa funziona meglio di quello di Italo. Però, se gli americani cedono Italo a MSC vedrai che migliora pure quello.

4. Perché, se vuoi risparmiare, il bus non ha rivali. Ho fatto la prova: a otto giorni dalla partenza, lunedì 3 luglio alle 9.00, un Milano-Roma in economy costa €60,90 col Frecciarossa, 1 euro (!) in meno con Italo, € 23,98 con Flixbus e addirittura € 8,38 (avete letto bene, meno di 9 euro) con Itabus. Vabbè, Itabus ci mette un’ora in più di Flixbus e ti scarica a Roma Tiburtina, ma il viaggio ti costa quanto un Camogli all’Autogrill. A proposito, chi viaggia sui pullman low-cost si porta la schiscetta (se parte da Milano) o il lunch-box (se aduso alle low-cost). Se parte da Roma, mangia prima.

5. Perché in treno puoi raccontare i fatti tuoi a tutto il vagone. Elenco delle conversazioni telefoniche che mi è toccato ascoltare, su Italo o Frecciarossa, mentre cercavo disperatamente di lavorare. Avvocato che spiega al cliente che non c’è niente da fare, che quei soldi che ha portato in Svizzera gli tocca scudarli, e quindi dichiararli, e che gli spalloni (“contrabbandieri”, per i Gen Z) non ci sono più. Ragazza che spiega all’amica come coprire il tatuaggio con la data del suo matrimonio (dell’amica, intendo) nel frattempo fallito, con quella dello scudetto del Napoli. Signora âgée che spiega ad amica - presumibilmente âgée pure lei - come è andata la colonscopia che ha appena fatto a Milano e che “Come fanno le colonscopie a Milano non c’è paragone, signora mia!”. Sul Frecciarossa esiste anche un’Area Silenzio, nella quale i cellulari sono silenziati e i viaggiatori parlano a bassa voce. Lodevole, ma - ovviamente, siamo in Italia - inefficace.