
“Siamo pronti a valutare la cessione di Alpitour se si presenterà una buona offerta” dichiarava all’inizio del 2010 John Elkann, presidente di Exor, al Financial Times (vedi
n. 10 del 31.3.2011). Sono trascorsi 10 mesi nei quali il vertice del t.o. è stato impegnato in una defatigante due diligence, che avrebbe dovuto avvalorare la richiesta iniziale, pari a quasi 400 milioni di euro (nel 2010 Alpitour aveva chiuso con 1,23 miliardi di ricavi e 50 milioni di Ebitda). Invece la congiuntura economica negativa e la crisi del nord Africa hanno raffreddato gli entusiasmi e oggi si parla di una valutazione non superiore a 225 milioni di euro. Appetibile soltanto per due fondi d’investimento, Wise e J.Hirsh & Co., italianissimi nonostante la denominazione anglosassone. Wise SGR è specializzata nella gestione di fondi chiusi di Private Equity che investono in società di piccole e medie dimensioni, con focus particolare sull’Italia. Fondata nel 2000 da Paolo Gambarini e Michele Semenzato, Wise è posseduta dal management e partecipata dalla Banca Popolare di Milano. Nel board siedono Roberto Drago e Lorenzo Pelliccioli, rispettivamente vice presidente e CEO del Gruppo De Agostini, Gianmaria GrosPietro, ex presidente di Atlantia e Marco Turrina, CEO di Banca Akros. J.Hirsch & Co., fondata nel 1997 da Mario De Benedetti (nessuna parentela col finanziere Carlo De Benedetti) e Jean-François Aron, è advisor dei fondi Private Equity ILP, ha sedi a Milano, Francoforte e Lussemburgo. Secondo Affari e Finanza di Repubblica “l’acquisizione dovrebbe prevedere una componente di equity attorno ai 100 milioni di euro, mentre la parte restante del valore sarà a debito, sostenuto da un pool di banche composto da tre o quattro istituti. Se così fosse J.Hirsch punterebbe verosimilmente la fiche più consistente, mentre a Wise andrebbe una quota attorno al 25%”. Con 100 milioni di euro ci si porta a casa il più grande t.o. italiano. Non sono spiccioli, ma neanche una fortuna. Ne vale la pena, Monsieur Elkann?